ORHAN PAMUK.
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IL MIO NOME E' ROSSO.
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Parte 1.
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Titolo originale: Benim Adim Kirmizi. 2001.
Traduzione di: Semsa Gezgin e Marta Bertolini.
2001. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un romanzo d'amore, una storia di intrighi e di misteri che conducono fino alle stanze segrete del palazzo del Sultano, confermando l'eccezionale talento narrativo e la grande sensibilit poetica di Orhan Pamuk.
Istanbul, 1591. In una citt scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo, Nero  disposto a tutto, anche a rischiare la vita. Perch se fallisce, per lui non ci sar futuro con la bella Sekre, non ci sar l'amore che ha sognato per dodici anni.
Libro corale, carico di passione e di suspense, questo straordinario romanzo di Orhan Pamuk restituisce la ricchezza e la malinconia di un mondo al tramonto. Nel contrasto tra i due vecchi miniaturisti, Zio Effendi e Maestro Osman, Pamuk riassume una discussione che continua ancora oggi nel mondo islamico, diviso tra modernit e tradizione.
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L'Autore.
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ORHAN PAMUK  nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato: La nuova vita, Neve, Il castello bianco, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, La casa del silenzio, Altri colori, Il signor Cevdet e i suoi figli, Il museo dell'innocenza, Romanzieri ingenui e sentimentali, L'innocenza degli oggetti, La stranezza che ho nellatesta.
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A Rya.
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E uccisero un uomo e discussero tra loro.
Corano, Sura della Vacca, 72.
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E non sono uguali il cieco e il veggente.
Corano, Sura del Creatore, 19.
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Ad Allah appartengono l'Oriente e l'Occidente.
Corano, Sura della Vacca, 115.
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Capitolo primo. Io sono il morto.
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Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho
esalato l'ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si  fermato,
ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia
successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi
ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato
un calcio nel fianco, mi ha portato al pozzo e mi ha preso in
braccio per poi buttarmici dentro. La testa me l'aveva gi spaccata
a colpi di pietra, e cadendo nel pozzo  andata in pezzi, la mia
faccia, la fronte e le guance,  rimasta schiacciata,  scomparsa, le
ossa si sono spezzate, la bocca si  riempita di sangue.
Sono quattro giorni che manco da casa. Mia moglie e i miei figli
mi staranno cercando. Mia figlia, sfinita dal pianto, probabilmente
star guardando il cancello del giardino; tutti mi staranno
aspettando con lo sguardo fisso sulla porta.
Ma mi staranno veramente aspettando? Non lo so. Forse si saranno
abituati, che orrore! Perch stando qui sembra quasi che la
vita che ti sei lasciato dietro continui come sempre. Prima di nascere
avevo alle spalle un tempo illimitato. Un tempo che non sarebbe
finito neanche dopo la mia morte! Da vivo non pensavo a
queste cose, continuavo a vivere nella luce, nel tempo che passa
tra due oscurit.
Ero felice, ero veramente felice, ora lo capisco. Nel laboratorio
di miniatura del Nostro Sultano io facevo le dorature migliori
e non c'era doratore dotato di pari maestria. Con i lavori che facevo
fuori arrivavo a guadagnare fino a novecento ake al mese. E
tutte queste cose certamente rendono la mia morte ancora pi
insopportabile.
Facevo solo miniature e dorature, decoravo i bordi delle pagine
e coloravo l'interno delle cornici, foglie, rami, rose, fiori, uccelli,
nuvole ricciute alla maniera cinese, serie di foglie sovrapposte,
foreste di colori dove si nascondevano gazzelle, galere, sultani,
alberi, palazzi, cavalli, cacciatori... Di tanto in tanto decoravo
un piatto, il retro di uno specchio, un cucchiaio, a volte il soffitto
di un palazzo in una villa sul Bosforo, una cassapanca... Negli ultimi
anni, invece, ho lavorato solamente per decorare pagine di libri,
perch il Nostro Sultano pagava generosamente i libri miniati.
Non vi dico che quando ho incontrato la morte ho capito che
nella vita il denaro non  affatto importante.  proprio quando
non sei pi in vita che capisci l'importanza del denaro.
Adesso, considerando il fatto miracoloso che possiate sentirmi
nonostante la mia situazione, so che penserete: evita di dirci quanto
guadagnavi in vita. Raccontaci quello che vedi l. Cosa c' dopo la
morte, dov' la tua anima, come sono il Paradiso e l'Inferno, cosa vedi
l? Come ti sembra la morte, provi dolore? Avete ragione. So che
l'uomo quando  ancora in vita muore dalla curiosit di sapere cosa
accade nell'aldil. Mi hanno raccontato la storia di un tale che si aggirava
tra i cadaveri sui cruenti campi di battaglia solo per soddisfare
questa curiosit... I soldati di Tamerlano, credendolo un nemico,
con un colpo di spada l'avevano squartato mentre vagava tra i guerrieri
agonizzanti nella speranza di incontrare un resuscitato e conoscere
cos i misteri dell'altro mondo. E cos, costui arriv alla conclusione
che nell'aldil gli uomini venivano squartati.
Non  affatto cos. Anzi, posso affermare che le anime squartate
in terra qui si ricompongono. E poi, al contrario di quanto affermano
gli infedeli miscredenti e i bestemmiatori che credono a Satana,
grazie al cielo un aldil esiste. Il fatto che io vi parli da l ne 
la prova. Sono morto, ma come vedete, non sono scomparso. Devo
dire per che non ho trovato i padiglioni d'oro del Paradiso, n quelli
d'argento sotto i quali scorrono i fiumi, gli alberi dalle foglie enormi
e dai frutti maturi, n le belle vergini di cui si parla nel Corano.
Adesso, invece, ricordo molto bene con quanta soddisfazione ho ritratto
tante volte quelle meravigliose fanciulle dai grandi occhi nel
Paradiso di cui parla la sura Dell'Ora che cade. Naturalmente non
ho incontrato i quattro fiumi, quello di latte, e poi di vino, d'acqua
dolce e di miele di cui per narra un personaggio di grande fantasia
come Ibn Arabi e non certo il Corano. Non volendo convertire alla
miscredenza le tante persone che giustamente vivono nella speranza
fantasticando sull'aldil, devo subito precisare che tutto questo
dipende dalla mia particolare situazione. Ogni credente minimamente
informato sulla vita dopo la morte sarebbe disposto ad
ammettere che chi si trova in uno stato di inquietudine come il mio
avrebbe qualche difficolt a vedere i fiumi del Paradiso.
Per farla breve, io che nella corporazione dei miniaturisti e tra
i maestri d'arte sono conosciuto come Raffinato Effendi, sono
morto ma non sono stato sepolto. Perci la mia anima non ha potuto
abbandonare del tutto il corpo. Perch la mia anima possa andare
verso il Paradiso, l'Inferno, o dove  destino che vada, deve
uscire dalla sporcizia del corpo. Questa particolare situazione, che
pu capitare anche ad altri,  per la mia anima causa di tremendo
dolore. Non sento di avere la testa fracassata, non sento le fratture
che spezzano met delle mie ossa, l'orrore di putrefarmi nell'acqua
gelida, ma avverto il dolore profondo della mia anima che
si divincola nel tentativo di abbandonare il corpo.  come se tutto
l'universo cominciasse a contrarsi restringendosi in un qualche
luogo dentro di me.
Posso paragonare questo senso di contrazione solo alla spaventosa
liberazione che ho provato nel momento in cui sono morto.
Quando il mio cranio  stato fracassato da un colpo di pietra
del tutto inaspettato, ho capito subito che quel vigliacco voleva
uccidermi, ma non credevo che ci sarebbe riuscito. Ero pieno di
speranze, ma non me ne ero reso conto, e conducevo un'esistenza
piatta, tutta casa e bottega. Ero attaccato alla vita con passione,
con le unghie e con i denti, e con questi l'ho morso. Ma non voglio
annoiarvi con il dolore dei colpi ricevuti in testa.
Quando ho avuto l'amara certezza che sarei morto, ho provato
un'incredibile sensazione di sollievo. Ho vissuto il momento del
trapasso con questa sensazione: arrivare qui  stato lieve come sognare
di dormire. L'ultima cosa che ho visto sono state le scarpe
coperte di neve e fango di quel vigliacco del mio assassino. Ho
chiuso gli occhi come se dormissi e con un dolce trapasso sono arrivato
da questa parte.
Non mi lamento del fatto che i denti mi siano caduti come ceci
nella bocca piena di sangue, n che il mio volto sia talmente fracassato
da essere irriconoscibile, n di essere rimasto schiacciato
in fondo a un pozzo, mi lamento perch mi credono ancora vivo.
Sapere che chi mi vuole bene pensa continuamente a me immaginando
che stia perdendo tempo in stupidaggini in qualche angolo
di Istanbul, oppure che sia andato dietro a una donna, aumenta il
dolore della mia anima inquieta. Basta! Trovate il mio cadavere,
seppellitemi e fatemi un funerale con tutte le necessarie preghiere
rituali! Ma soprattutto che venga scoperto il mio assassino!
Sappiate che finch non si scopre quel vigliacco, anche se sepolto nella
pi bella delle tombe, io attender aggirandomi inquieto per la
tomba e insinuer in tutti voi la miscredenza. Trovate quel figlio
di puttana del mio assassino e io vi racconter tutto quello che vedr
nell'aldil! Ma quando lo trovate dovete torturarlo con il torchio
e spezzargli otto, dieci ossa, preferibilmente le costole, lentamente,
facendogli sentire come scricchiolano, e dovete strappargli
a uno a uno quei capelli unti e schifosi e farlo urlare bucandogli
il cranio con gli spiedi fatti apposta per le torture.
Ma chi  il mio assassino, chi  la persona nei cui confronti provo
una tale rabbia? Perch mi ha ucciso in modo cos inaspettato?
Siete curiosi? Pensate che il mondo sia pieno di assassini che non
valgono niente, che uno valga l'altro? Allora vi avverto fin d'ora:
dietro la mia morte c' uno scandaloso complotto contro la nostra
religione, le nostre tradizioni, contro il nostro modo di vedere il
mondo. Aprite gli occhi, sappiate che a uccidermi sono stati i nemici
della vita in cui credete e vivete, i nemici dell'Islam, e che un
giorno potrebbero uccidere anche voi. Le parole del grande predicatore
Maestro Nusret di Erzurum, che una volta ho ascoltato commosso,
una ad una si avverano. Devo dirvi che tutto quello che ci accade
pu venire narrato in un libro, ma disegnarlo non si pu, e non
lo possono fare neanche i miniaturisti pi esperti. Proprio come il
Corano - che non si intenda male, Allah non voglia! - la forza sconvolgente
di un libro dipende anche dal fatto che non pu mai essere
narrato attraverso i disegni. Temo che non abbiate capito.
Guardate, anch'io quando ero solo un apprendista temevo
profondamente la realt, temevo la voce che giungeva da lontano
e cercavo di distrarmi facendomi beffe di questo genere di cose.
Poi sono caduto in questo ignobile pozzo! E potrebbe capitare anche
a voi, tenete gli occhi bene aperti. Devo solo sperare che, se
vado in putrefazione, riescano a trovarmi grazie alla puzza. Non
ho nulla da fare, se non fantasticare sulle torture che un'anima pia
potrebbe infliggere a quel vigliacco del mio assassino, qualora lo
trovasse.
...
Capitolo secondo. Il mio nome  Nero.

Dopo dodici anni, sono tornato come un sonnambulo nella citt
dove sono nato e cresciuto. Si dice che i moribondi sentano il richiamo
della terra, io invece ero attratto dalla morte. All'inizio,
quando sono arrivato in citt ho pensato che ci fosse soltanto la
morte, ma poi ho incontrato anche l'amore. In quel momento,
quando sono entrato a Istanbul, l'amore era qualcosa di remoto,
di dimenticato come i miei ricordi di questa citt. Dodici anni fa
a Istanbul mi ero innamorato della figlia di mia zia, e lei era solo
una bambina.
Fu solo quattro anni dopo aver lasciato Istanbul, mentre mi aggiravo
per le sterminate steppe, le montagne innevate e le tristi
citt della Persia a consegnare lettere ed a raccogliere tributi, che
mi resi conto che pian piano stavo dimenticando il viso del mio
amore bambino rimasto a Istanbul. Preso dall'agitazione feci enormi
sforzi per ricordarlo, ma poi capii che, per quanto si possa amare,
alla fine, lentamente, un viso che non si vede mai lo si scorda.
Dopo sei anni passati viaggiando per l'Oriente come scrivano al
servizio dei pasci, sapevo ormai che il viso che immaginavo non
era pi quello del mio amore di Istanbul. So anche che dopo otto
anni dimenticai quel viso che gi ricordavo a malapena dopo sei,
e cominciai a immaginarlo completamente diverso. Dopo dodici
anni, quando ne avevo ormai trentasei, una volta tornato nella mia
citt, raggiunsi la triste consapevolezza di aver cancellato dalla memoria il viso del mio amore.
La maggior parte degli amici, dei parenti, degli abitanti del mio
quartiere in questi dodici anni erano morti. Andai al cimitero che
d sul Corno d'Oro, pregai per mia madre e per gli zii morti in mia
assenza. L'odore della terra fangosa si mescolava ai ricordi, qualcuno
aveva rotto una brocca sulla tomba di mia madre, non so perch,
ma guardando i cocci scoppiai a piangere. Non so se piangevo per i
morti, o perch, stranamente, dopo tutti questi anni non avevo ancora
cominciato la mia vita, o, al contrario, perch sentivo di essere
arrivato alla fine del mio viaggio. Stava cominciando a cadere una
neve leggera. Guardavo distratto i pochi fiocchi che svolazzavano
qua e l sentendomi sperduto tra le incertezze della vita quando vidi
un cane nero che mi guardava da un angolo buio del cimitero.
Le lacrime si placarono. Mi soffiai il naso. Vidi che il cane nero
scodinzolava amichevole ed uscii dal cimitero. Poi affittai la casa
dove un tempo abitava un mio parente da parte di padre e mi
sistemai nel quartiere. La padrona di casa disse che somigliavo a
suo figlio ucciso dai soldati saffavidi durante la guerra. Si sarebbe
presa cura della casa e mi avrebbe preparato da mangiare.
Uscii per strada come se non fossi a Istanbul, come se mi fossi
sistemato in una citt araba dall'altra parte del mondo e volessi visitarla, camminai a lungo fino a non poterne pi. Le strade erano
diventate pi strette o era solo una mia impressione? In alcuni
punti, dove le vie si incuneavano tra le case che si protendevano
l'una verso l'altra, fui costretto a camminare strisciando contro
muri e porte per non andare a sbattere contro i cavalli con il loro
carico. Ma erano pi carichi o era solo una mia impressione? Vidi
una carrozza incredibile, credo che cose del genere non esistano
n in Arabia n in Persia; sembrava una fortezza trainata da
cavalli altezzosi. Nei pressi della Colonna di Costantino incontrai
un gruppo di mendicanti che chiedeva l'elemosina in mezzo al fetore
che proveniva dal mercato dei polli. Uno era cieco e sorrideva
guardando la neve cadere.
Se qualcuno mi avesse detto che una volta Istanbul era pi povera,
pi piccola e pi felice forse non ci avrei creduto, ma era il
mio cuore a dirlo. Perch la casa del mio amore ormai lontano era
dov'era sempre stata, tra i tigli e i castagni, ma quando suonai alla
porta vidi che ormai ci abitavano altre persone. La madre del
mio amore, mia zia, era morta, mio zio e la figlia avevano traslocato
e, come dissero gli uomini alla porta, senza rendersi conto,
come succede in questi casi, di ferirti e di infrangere i tuoi sogni,
avevano avuto alcune disgrazie. Ma invece di raccontarvi queste
cose, sappiate che dai rami del tiglio pendevano ghiaccioli grandi
come il mio mignolo e quel giardino che mi ricordava i giorni caldi,
verdissimi e pieni del sole d'estate era cos triste, pieno di neve
ed abbandonato, che faceva venire in mente solo la morte.
Sapevo gi parte di quello che era accaduto ai miei parenti da
una lettera che mio zio mi aveva inviato a Tabriz. In quella lettera
lo zio mi chiamava ad Istanbul, stava preparando un libro segreto
per il Nostro Sultano e aveva quindi bisogno del mio aiuto. Mio
zio aveva saputo che a Tabriz per un certo periodo avevo fatto preparare
dei libri per i pasci ottomani, i prefetti e gli esattori di
Istanbul. Il mio lavoro a Tabriz era quello di reclutare i miniaturisti
e i calligrafi che non avevano ancora abbandonato la citt per
andarsene a Kazvin o in altre citt persiane, a causa delle guerre e
dei soldati ottomani, e far scrivere, illustrare pagine e rilegare libri
a questi grandi maestri che si lamentavano di essere trascurati
e in miseria e inviare poi il tutto a Istanbul.
Se mio zio non mi avesse trasmesso l'amore per la miniatura e i
libri quando ero piccolo, non avrei mai potuto fare questo lavoro.
Il barbiere che aveva bottega sulla strada dove una volta abitava
mio zio, dal lato che dava sul mercato, aveva ancora gli stessi
specchi, gli stessi rasoi, le stesse brocche e gli stessi pezzi di sapone.
I nostri sguardi si incrociarono, ma non so se mi riconobbe.
Vedere il recipiente pieno di acqua calda per lavare i capelli che
dondolava disegnando sempre lo stesso arco all'estremit della catena
che pendeva dal soffitto, mi rallegr.
Alcuni quartieri, alcune strade dove andavo a spasso durante
la mia giovinezza in quei dodici anni erano andati in fumo e, adesso,
al loro posto rimanevano solo cenere e polvere, erano luoghi
spaventosi dove non incontravi che cani o bambini malati, da qualche
parte erano state costruite delle case per ricchi, un fatto che
mi stupiva. Ad alcune finestre di queste case erano stati messi vetri
colorati di Venezia, quelli pi costosi. Capii dai bovindi che
sporgevano dalle alte mura che, durante la mia assenza, a Istanbul
erano state costruite molte case per ricchi.
Come nelle altre citt, anche a Istanbul il denaro non aveva pi
valore. I forni che, negli anni in cui ero andato in Oriente, tiravano
fuori delle belle pagnotte grosse per un ake, adesso, per lo
stesso prezzo, davano solo la met di quel pane, un pane che non
aveva pi il sapore dell'infanzia. Se la buonanima di mia madre
avesse visto che toccava sborsare tre ake per dodici uova, avrebbe
detto fuggiamo in un altro paese prima che le galline ci cachino
in testa, ma sapevo che ovunque il denaro non valeva nulla.
Si diceva che le navi provenienti dall'Olanda o da Venezia portassero
casse piene di monete false. Un tempo, la nostra zecca fabbricava
cinquecento ake con cento dracme d'argento, adesso - a
causa delle infinite guerre con i saffavidi - se ne facevano ottocento.
Quando i giannizzeri si accorsero che le ake che avevano
guadagnato, cadendo nel Corno d'Oro, galleggiavano come fagioli
finiti in mare dal molo dove scaricavano la verdura, si erano ribellati
e avevano circondato il Palazzo del sultano come se fosse
una fortezza nemica.
In questo periodo di amoralit e crisi economica in cui si commettevano
furti e omicidi, era divenuto famoso un predicatore di
nome Nusret che teneva i suoi sermoni nella moschea di Beyazit
dichiarando di essere un discendente del Profeta Maometto. Questo
predicatore, noto come Nusret di Erzurum, aveva una spiegazione
per tutte le disgrazie che negli ultimi dieci anni avevano terrorizzato
Istanbul: gli incendi nei quartieri di Bahekapi e Kazancilar;
la peste che ogni volta che arrivava in citt si prendeva
decine di migliaia di vite; l'impossibilit di vedere la fine, nonostante
i moltissimi morti, della guerra con i saffavidi; la riconquista
cristiana delle piccole fortezze ottomane d'Occidente a causa
delle rivolte e dell'allontanamento dalla via indicata dal Profeta
Maometto, della disubbidienza ai dettami del Corano, della tolleranza
nei confronti dei cristiani, della libera vendita di vino e dell'uso
di strumenti musicali nei conventi dervisci.
Il venditore di sottaceti, che mi parl entusiasta del predicatore
di Erzurum e mi diede queste notizie, disse che le monete false,
nuovi ducati, falsi fiorini ornati da leoni, le ake con sempre
meno argento riempivano i mercati - proprio come i circassi, gli
abkhazi, coloro che provenivano dalla Mingerya, i bosniaci, i georgiani
e gli armeni popolavano le strade - e trascinavano irrimediabilmente
la gente verso la corruzione e la disonest. Disse che
gli immorali e i ribelli si riunivano nei caff e parlavano fino all'alba.
Gente completamente nuda che non si sapeva chi fosse, pazzi
oppiomani, superstiti della setta dei dervisci kalenderi ballavano
al suono della musica fino all'alba nei loro conventi, si infilavano
spilloni qua e l e, dopo aver fatto ogni tipo di oscenit, si
accoppiavano tra loro e anche con i bambini, sostenendo che questa
fosse la via che conduceva ad Allah.
Non so se ho camminato sentendo il dolce suono di un liuto o
la confusione - che chiamo ricordi e desideri - mi ha indicato una
via d'uscita, ma non sopportavo pi quell'angosciante venditore
di sottaceti. So solo che se ami una citt, la giri molto e dopo anni
la tua anima e il tuo corpo arrivano a conoscerla bene, in un momento
di tristezza, mentre la neve cade mesta in fiocchi leggeri,
le gambe ti portano spontaneamente su una collina che ti  cara.
Cos, lasciando il mercato dei Maniscalchi, subito dopo la moschea
di Solimano il Magnifico, guardai la neve che cadeva sul Corno
d'Oro, i tetti esposti a Nord e gli angoli delle cupole battuti
dalla tramontana ne erano gi coperti. Le vele di una nave che entrava
in citt mi salutavano mentre venivano ammainate, erano
dello stesso color piombo della superficie del Corno d'Oro. I cipressi
e i platani, la vista dei tetti, la tristezza del pomeriggio, le
voci che venivano dal quartiere l sotto, le grida dei venditori e le
urla dei bambini che giocavano nel cortile della moschea mi confermavano
che d'ora in poi non avrei potuto vivere in un altro luogo.
Per un attimo credetti che mi sarebbe apparso davanti agli occhi
il viso del mio amore ormai dimenticato da anni.
Scesi gi per il pendio. Mi mescolai alla folla. Dopo la preghiera
della sera cenai in un posto dove vendevano e cucinavano fegato.
Ascoltai attentamente quanto mi raccont il proprietario di quella
bottega deserta che mi nutriva con affetto, quasi fossi un gatto,
seguendo ogni mio boccone. Con l'ispirazione e le indicazioni che
mi diede, quando le strade furono completamente buie, presi una
delle viuzze dietro al Mercato degli Schiavi e trovai il caff.
Dentro era caldo e affollato. Il cantastorie - ne avevo visto di
simili a Tabriz e nelle altre citt della Persia, ma l li chiamano
custodi del sipario - si era sistemato su un palchetto vicino al camino
e aveva appeso un solo disegno, il disegno di un cane fatto
in fretta ma con abilit su carta grezza e raccontava la sua storia
per bocca di quel cane, indicandolo di tanto in tanto.
...
Capitolo terzo. Io, il cane.

Come vedete, le mie zanne sono talmente lunghe ed appuntite
che mi stanno a malapena in bocca. So che questo mi conferisce
un aspetto spaventoso ma mi piace. Una volta, vedendo quanto
erano grandi le mie zanne, un macellaio ha detto: Be', ma questo
non  un cane,  un maiale.
Lo morsi talmente forte a una gamba da sentire sotto i denti la
durezza del femore, l dove finiva la sua carne grassa. Per un cane
non c' nulla di cos piacevole come affondare i denti con furiosa
e spontanea rabbia nella carne di uno schifoso nemico. Quando mi
si presenta un'occasione del genere, quando la mia vittima mi passa
accanto con quell'aria stupida da meritarsi un morso, perdo il
controllo per il piacere, mi battono i denti e senza rendermene conto
comincio a emettere spaventosi ringhi di gola.
Sono un cane, e voi che non siete creature ragionevoli quanto me
dite che un cane non parla. D'altra parte, sembra che diate credito a
una storia in cui a parlare sono i morti e i protagonisti usano parole
che non conoscono. I cani parlano, ma solo a chi sa ascoltarli.
C'era una volta un predicatore maleducato che veniva da una
citt di provincia, e giunse in una delle pi grandi moschee,
diciamo quella di Beyazit. Forse non bisognerebbe svelarne il nome,
diciamo che si chiamava Maestro Husret, ma altre bugie non ne
possiamo dire, e quest'uomo aveva la testa dura. Aveva poco sale
in zucca ma molta forza nella lingua, che Dio lo benedica. Ogni
venerd infervorava la comunit da farla piangere talmente tanto
che c'era chi, con gli occhi ormai prosciugati, perdeva i sensi o si
sentiva male. Ma, mi raccomando non fraintendete, lui non piangeva
affatto come gli altri predicatori dalla lingua tagliente, al contrario,
mentre tutti piangevano lui non batteva ciglio e continuava
a parlare con maggior vigore, come se stesse redarguendo l'intera
comunit. Tutte le guardie imperiali, i paggi del Palazzo del
sultano, i venditori di helva, la plebaglia e molti suoi colleghi predicatori
gli erano profondamente devoti. Certo, lui non era mica
un cane, era un essere umano rotto a ogni esperienza, ma davanti
a questa folla di devoti usc di senno, e vedendo che terrorizzare
la gente gli dava lo stesso gusto che farla piangere, e oltretutto gli
faceva guadagnare pi pane, cominci a esagerare dicendo che:
L'unico motivo del prezzo pagato alla peste ed alle sconfitte era il
fatto che avevamo dimenticato l'Islam dei tempi del Profeta Maometto
e credevamo ad altri libri e a bugie ritenendoli parte dell'Islam.
Ai tempi del Profeta Maometto si usava forse far cantare il
poema che narra della nascita del Profeta? Si usava forse celebrare
i funerali quaranta giorni dopo il decesso e preparare helva e
frittelle per l'anima del defunto? Ai tempi del Profeta Maometto
si usava forse salmodiare il Santo Corano come una canzone? Si
usava forse salire sui minareti e chiamare alla preghiera con tono
arrogante, civettando come una femmina, e dire: "Che bella voce
che ho, e poi il mio arabo  come quello di un vero arabo?"
Vanno sulle tombe e supplicano, sperano in un aiuto da parte dei defunti,
vanno presso i sepolcri e ne venerano le pietre come i pagani,
ci attaccano pezzi di stoffa, fanno voti. Ai tempi del Profeta
Maometto vi erano forse dervisci che insegnavano cose del genere?
Ibn Arabi, il mentore dei dervisci, commise peccato perch
giur che il Faraone fosse morto nella fede. I dervisci, i mevlevi,
gli halveti, i kalenderi, coloro che leggono il Santo Corano
accompagnandosi con il suono di strumenti, coloro che danzano in
compagnia dei fanciulli sostenendo di pregare, sono tutti infedeli.
Perch in questi luoghi si possa tornare a pregare bisogna demolire
i conventi dervisci, bisogna scavare per una profondit di
sette arsin e gettare in mare la terra.
Ormai con la bava alla bocca, Maestro Husret continuava: Credenti,
bere caff  sacrilegio. Il nostro Profeta sapeva che il caff
intorpidisce la mente, buca lo stomaco, fa venire l'ernia e rende sterili,
aveva capito che era un prodotto di Satana e non ne beveva.
E poi ormai le sale da caff sono luoghi dove chi  in cerca di piacere
ed i ricchi lussuriosi siedono vicini per compiere ogni tipo di
spudoratezza; in realt, prima dei conventi dervisci bisognerebbe
chiudere quelle sale. I poveri hanno forse i soldi per bere caff?
Vanno l, tracannano caff e poi prdono il controllo tanto da pensare
che i cani possano parlare ed ascoltare; cosa ci si pu aspettare
da un cane, bestemmia contro di me e contro la nostra religione?
Con il vostro permesso, vorrei rispondere all'ultima osservazione
del signor predicatore. Tutti sapete che questi santoni-maestri-
predicatori-imam non amano i cani. Credo che dipenda dal fatto
che il Profeta Maometto tagli le falde del suo abito per non
svegliare un gatto che ci si era addormentato sopra. Ricordando
che analogo riguardo a noi non era stato mostrato e per l'interminabile
guerra tra noi e i gatti - che anche l'uomo pi stupido sa
che non hanno la minima riconoscenza - si  soliti affermare che
Maometto, apostolo e profeta di Allah, fosse nemico dei cani. Non
ci fanno entrare nelle moschee perch vanifichiamo l'effetto purificatore
delle abluzioni, e le botte che da secoli ci prendiamo nei
cortili delle moschee con i grandi manici delle scope dei custodi
sono il risultato di quest'interpretazione errata e maligna.
Vorrei ricordarvi una delle pi belle sure del Santo Corano, la
Sura della Caverna, non perch in questa bella sala ci siano miscredenti
che non leggono il Santo Corano, ma per rinfrescarvi la memoria.
In questa sura si narra di sette giovani che, stufi di vivere
tra gli infedeli, si rifugiarono in una caverna e si misero a dormire.
Dio tapp loro le orecchie e li fece dormire per trecentonove anni
esatti. Quando si risvegliarono, uno di loro, mescolatosi nuovamente
alla gente, comprese quanti anni fossero trascorsi perch il
denaro che possedeva era ormai fuori corso, e si stup. Mi permetto
di ricordarvi che nel diciottesimo versetto di questa sura che parla
del legame tra il figlio dell'uomo e Allah, dei suoi miracoli, della
contingenza del tempo, della dolcezza di un sonno profondo, si
racconta anche di Eshabi Kehf, il cane accucciato sulla soglia della
caverna dove dormivano i sette giovani. Certo, chiunque sarebbe
orgoglioso di essere nominato nel Santo Corano. Io come cane
mi vanto di questa sura e spero che faccia ragionare gli abitanti di
Erzurum che chiamano i nemici cani vagabondi.
Allora, da cosa dipende questa ostilit nei confronti dei cani?
Perch dite che il cane  sporco? Perch, seguendo i dettami imposti
dalla nostra religione a chi voglia purificarsi, quando un cane
entra in casa lavate ovunque per ben tre volte? Perch toccarci
vanifica le sacre abluzioni? Perch se le falde del vostro caftano
sfiorano i peli umidi di un cane bisogna poi lavarlo sette volte
come farebbe una donna isterica? La fandonia secondo cui la pentola
leccata da un cane va gettata o rifatta stagnare possono averla
inventata solo gli stagnini. O forse i gatti.
Noi cani siamo diventati sporchi quando avete abbandonato i
villaggi, le campagne e la vita nomade per venire in citt e i cani
da pastore sono rimasti in campagna. Prima dell'Islam uno dei dodici
mesi era quello del cane e adesso cane vuol dire malaugurio.
Amici, questa sera non voglio rattristarvi con le mie pene, amici
che volete ascoltare una storia e trarne una lezione, la mia rabbia
 dovuta al signor predicatore che diffama le nostre sale.
E se vi dicessi che non si conosceva neanche il padre di questo
Husret di Erzurum? Voi direste, sei veramente un cane, il tuo padrone
 un cantastorie, e tu per proteggerlo, pussa via, diffondi
malignit sul signor predicatore. Allah non voglia! Io non maligno
su di lui. A me piacciono molto le nostre sale da caff. Sapete che
non mi dispiace venire disegnato su un foglio cos a buon mercato
od essere un cane, ma mi dispiace non potermi sedere come voi
uomini, e bermi un caff con voi. Noi andiamo pazzi per il caff
e per le sale da caff... Ma cos'... Guarda, il mio padrone mi offre
il caff dal pentolino. Che dite, un disegno pu bere il caff?
Guardate, guardate, il cane beve il caff con la lingua.
Ooh, mi ha fatto bene, mi ha riscaldato, mi ha rafforzato la vista,
mi ha reso pi acuto e sentite cosa mi  venuto in mente. Sapete
che cosa aveva inviato in dono il Doge di Venezia alla Sultana
Nurhayat, figlia del Nostro Eccellente Sultano, oltre a rotoli e rotoli
di sete cinesi e vasi di ceramica a fiori blu? Una civettuola cagnetta
cristiana dal manto di seta, pi morbido dello zibellino. Questa
cagnetta era talmente delicata che aveva anche un abitino di seta
rossa. Lo so perch un mio amico se l' scopata, e lei non si  tolta
l'abitino neanche in quell'occasione. In Occidente tutti i cani indossano
abiti del genere. E si racconta che una signora occidentale,
presumibilmente molto fine, vedendo un cane nudo od il coso del cane,
non so, esclam: Ah, un animale nudo! e perse i sensi.
Dicono che nel paese degli infedeli occidentali ogni cane ha un
padrone e questi poveri cani vengono condotti a passeggio per le
strade trainati con una catena al collo, incatenati come gli schiavi
pi miserabili. Poi gli uomini li costringono a entrare in casa e se
li portano addirittura a letto. I cani non possono annusarsi e fare
l'amore, e non possono neanche andare a passeggio in due. E quando
si incontrano con questo aspetto miserabile, con catene dappertutto,
possono solo guardarsi da lontano con gli occhi tristi. Gli
infedeli non arrivano a comprendere che noi siamo cani che girano
in branco per le strade di Istanbul, in comunit, liberi, non riconosciamo
padroni e, se necessario, fermiamo la gente per strada,
ci mettiamo negli angoli caldi che ci piacciono, dormiamo
profondamente all'ombra, cachiamo dove vogliamo e mordiamo
chi vogliamo. Mi  venuto da pensare che i sostenitori del predicatore
di Erzurum fossero contrari al fatto che la gente, pregando,
gettasse carne ai cani come elemosina, che si costituissero a
proposito delle pie fondazioni. Se questi, oltre a essere nemici dei
cani, hanno anche intenzione di comportarsi crudelmente, vi faccio
presente che gi essere nemici dei cani  crudelt. Spero che
quando questi vigliacchi, di qui a breve, verranno giustiziati, gli
amici boia, come fanno a volte per essere d'esempio, ci chiamino
per darcene un pezzo da mangiare.
Vi racconto un'ultima cosa: il mio padrone di prima era una
persona molto corretta, di notte andavamo a rubare e poi ci dividevamo
il bottino. Io iniziavo ad abbaiare e lui tagliava la gola alla
vittima, cos non si sentivano le urla. In cambio del mio aiuto
faceva a pezzi i colpevoli che aveva punito, li faceva bollire e me
li dava da mangiare. La carne cruda non mi piace. Speriamo che il
boia del predicatore di Erzurum ci pensi, cos da non costringermi
a mangiare cruda la carne di quel disgraziato. Potrebbe farmi
male allo stomaco.
...
Capitolo quarto. Di me diranno che sono un assassino.

Se mi avessero detto che avrei fatto del male a qualcuno,
anche poco prima di uccidere quello stupido, non ci avrei creduto.
Perci quello che ho fatto si allontana da me, lento come un galeone
straniero che si perde all'orizzonte. A volte mi sento come
se non avessi mai ucciso. Sono passati quattro giorni da quando
senza volere ho assassinato il povero fratello Raffinato e mi sono
gi un po' abituato alla situazione.
Avrei davvero voluto risolvere quel disgustoso e improvviso problema
senza uccidere, ma mi sono subito reso conto che non c'era
altra via d'uscita. Ho risolto la questione l per l, e me ne sono assunto
ogni responsabilit. Non ho permesso che sconsiderate calunnie
mettessero in pericolo tutta la comunit dei miniaturisti.
Comunque  difficile abituarsi a essere un assassino. Non riesco
a stare in casa, vado in strada, non riesco a stare per strada, ne
prendo un'altra, poi da quella cammino verso un'altra ancora e
quando guardo in faccia le persone vedo che molte di loro si reputano
innocenti perch non hanno ancora avuto occasione di uccidere.
 difficile credere che la maggior parte delle persone siano
pi oneste o pi buone di me solo per questa piccola questione
di fortuna o destino. In ogni modo, dato che non hanno commesso
ancora un omicidio, hanno l'espressione un po' stupida e come
tutti gli stupidi sembrano dei bonaccioni. Dopo aver ucciso quel
poveretto, mi  bastato camminare quattro giorni per le strade di
Istanbul per capire che tutti quelli che hanno uno sprazzo di intelligenza
negli occhi e un'ombra d'anima in volto sono potenziali
assassini. Solo gli stupidi sono innocenti.
Stasera ad esempio, ero nella sala dietro il Mercato degli Schiavi,
mi stavo scaldando con un caff bollente e guardavo il disegno
del cane, ridevo per le cose che raccontava il cane e mi lasciavo andare
insieme agli altri, e ho avuto la sensazione che il tipo seduto
accanto a me fosse anche lui un assassino. Anche lui, come me,
riusciva a ridere del cantastorie, non so se per il suo braccio tranquillo
accanto al mio, o per l'inquietudine delle sue dita nervose
che tenevano la tazzina, ma ho pensato che anche lui appartenesse
alla mia razza, e all'improvviso mi sono voltato e ho iniziato a
fissarlo negli occhi. Ha avuto subito paura, aveva un'espressione
sconvolta. Mentre la sala si svuotava, un tale l'ha preso per un
braccio e gli ha detto:
Gli uomini di Maestro Nusret faranno irruzione qui.
Lui l'ha zittito con lo sguardo. Mi hanno trasmesso la loro paura.
Nessuno si fida pi di nessuno, tutti si aspettano in ogni momento
di essere traditi.
Fa ancora pi freddo, gli angoli delle strade ed i muri sono coperti
di neve. Nel buio pesto il mio corpo trova da solo la strada
tra i vicoli. Ogni tanto la luce fioca di un lume ancora acceso filtra
dalle persiane ben chiuse di una casa, dalle finestre coperte di
legno scuro e si riflette sulla neve, ma per lo pi non si vede nulla
e procedo ascoltando il battere dei bastoni delle ronde sul selciato,
l'ululato dei branchi di cani idrofobi, i lamenti che provengono
dalle case. A notte fonda, a volte, i terribili vicoli della citt si
illuminano di una luce meravigliosa che pare provenire dalla neve
e nel buio, tra alberi e rovine, mi sembra di vedere i fantasmi che
da secoli rendono Istanbul misteriosa. In certi momenti, dalle case
giunge il mormorio degli infelici; tossiscono senza posa o tirano
su col naso, mariti e mogli urlano e gemono nel sonno mentre
i figli piangono accanto a loro e tentano di strangolarsi a vicenda.
Per ricordare quanto fosse felice la mia vita prima di diventare
un assassino, per rallegrarmi, sono venuto per un paio di sere in
questo caff ad ascoltare il cantastorie. La maggior parte dei miei
fratelli miniaturisti con cui ho trascorso tutta la vita, sempre insieme,
ci viene ogni sera. Da quando ho massacrato uno stupido
con cui ho cominciato a disegnare da bambino non ho pi voglia
di vedere nessuno di loro. Nella vita dei miei fratelli, che quando
si vedono non possono fare a meno di fare pettegolezzi, nell'atmosfera
di ignobile divertimento che aleggia in questo posto, ci
sono tante cose che mi fanno vergognare. Ho fatto qualche disegno
per il cantastorie perch loro non pensassero che ho la puzza
sotto il naso e non facessero insinuazioni, ma non credo che questo
basti ad arginare l'invidia.
Eppure hanno ragione a essere invidiosi. Perch sono io il pi
bravo a mescolare i colori, a tracciare i contorni, a comporre le pagine,
a scegliere i soggetti, a disegnare i volti, a sistemare gli affollati
consigli di guerra e di caccia, a disegnare animali, sultani, navi,
cavalli, guerrieri e innamorati, a instillare la poesia dell'anima nella
miniatura come nella doratura. Non lo dico per vantarmi ma perch
mi comprendiate. Con il tempo, nella vita di un bravo miniaturista
l'invidia diventa un materiale indispensabile, come i colori.
Nel corso delle mie inquiete camminate, ormai sempre pi lunghe,
lo sguardo incrocia quello di uno dei miei correligionari, il pi
innocente, il pi ingenuo, e improvvisamente mi viene questo strano
pensiero: se adesso penso di essere un assassino, l'uomo che ho
di fronte lo capir dalla mia faccia.
Cos mi sforzo di pensare ad altro, proprio come facevo nei primi
anni della mia giovinezza quando pregavo per non pensare alle
donne, e mi contorcevo per la vergogna. Ma contrariamente a
quanto mi capitava durante quelle crisi giovanili in cui non riuscivo
ad allontanare il pensiero dell'accoppiamento, riesco a dimenticare
l'omicidio che ho commesso.
Sappiate che vi racconto tutto questo perch sono cose che riguardano
la mia situazione. Basterebbe che mi facessi venire in mente
un solo dettaglio legato all'omicidio, e capireste tutto. E questo
mi impedirebbe di essere un assassino senza nome e senza identit
che si aggira tra di voi come un fantasma, mi porterebbe a essere un
colpevole qualunque che si  fatto beccare, un volto visibile, un uomo
da decapitare. Se permettete non vi riveler tutto, se permettete
terr alcune cose per me. E persone fini come voi cercheranno di
scoprire chi sono dalle mie parole e dai miei colori, come se guardassero
le impronte per trovare il ladro. E questo ci porta al ncciolo
della questione, adesso molto in voga, lo stile. Il miniaturista
ha un suo stile personale, un suo colore, una voce? Li deve avere?
Prendiamo ad esempio un disegno di Behzat, il maestro dei
maestri, il capostipite dei miniaturisti. Era la scena di un omicidio
- cosa che corrisponde alla mia situazione - avevo trovato questa
meraviglia nelle pagine che narrano la storia di Cosroe e Sirin.
Ci erano voluti novant'anni per istoriare quel libro, era stato prodotto
a Herat e proveniva dalla biblioteca di un principe persiano
rimasto vittima di una spietata lotta per il trono. Voi sapete la fine
che hanno fatto Cosroe e Sirin, intendo quella raccontata da
Nizami, non da Firdusi.
Dopo tante avventure e tante traversie, i due innamorati finalmente
si sposano, ma il giovane Siruye, figlio di primo letto di
Cosroe,  un vero demonio, e non li lascia in pace. Il principe desidera
ardentemente il trono e Sirin, la giovane moglie del padre.
Siruye, che secondo Nizami aveva l'alito fetido come quello dei
leoni, trova il modo di rendere schiavo il padre e sale al trono.
Una notte entra nella stanza dove il padre dorme con Sirin, li cerca
a tentoni nel buio e pugnala il padre al cuore. Il sangue del padre
scorre fino all'alba, e questi muore nel letto che divide con la
bella Sirin, ignara di tutto, accanto a lui.
Il disegno del grande Maestro Behzat illustra anche la vera paura
che mi porto dentro da anni, come questa storia. Il terrore di
svegliarmi nel cuore della notte ed accorgermi della presenza di un'altra
persona da minimi scricchiolii nella stanza completamente buia!
Immaginate che questa persona abbia in una mano un pugnale e
con l'altra stia per strangolarvi. I muri della stanza con i loro disegni
sottili, gli ornamenti delle finestre e degli infissi, le pieghe del
tappeto, scarlatto come l'urlo strozzato che esce silenzioso dalla vostra
gola e i fiori gialli e viola ricamati con allegra e indicibile finezza
sulla splendida trapunta che il vostro assassino calpesta spietatamente
con i piedi scalzi e schifosi mentre vi uccide, hanno il
medesimo scopo. Mentre da una parte sottolineano la bellezza del
disegno che state guardando, dall'altra vi fanno ricordare quanto
sono belli la stanza in cui state morendo, e il mondo che state abbandonando.
L'indifferenza della bellezza del disegno e del mondo
nei confronti della vostra morte, il fatto di essere totalmente soli
mentre morite anche se avete accanto vostra moglie sono la vera
chiave di interpretazione che vi trasmette la miniatura.
L'anziano maestro che vent'anni prima aveva guardato insieme
a me il libro tra le mie mani tremanti aveva detto:  di Behzat.
Il suo volto non si era illuminato per la luce della candela che
avevamo accanto ma per il piacere di vederlo.  chiaramente di
Behzat, non serve la firma.
E Behzat, che lo sapeva, non aveva apposto la firma neanche
in un angolo nascosto del disegno. Secondo l'anziano maestro,
questo comportamento di Behzat rivelava timidezza e imbarazzo. La
vera maestria, la vera abilit  disegnare una meraviglia inarrivabile
e non lasciare un segno che sveli l'identit del miniaturista.
Ho ucciso la mia povera vittima con un metodo ordinario e
grossolano, inventato grazie a una reazione scatenata dalla paura
della morte. Le questioni di stile hanno cominciato a venirmi in
mente sempre pi spesso ogni volta che, di notte, vengo tra queste
rovine per verificare se sia rimasta qualche traccia che possa
far scoprire il mio misfatto. Quello che chiamano stile  solo un
errore che consente di lasciare un segno personale.
Avrei trovato questo posto anche senza il bagliore della neve
che cade. Tra queste rovine ho ucciso chi mi era amico da venticinque
anni. La neve ha coperto ogni traccia che potrebbe essere
interpretata come mia firma. Questo dimostra che, per quanto riguarda
la questione dello stile e della firma, anche Allah  d'accordo
con me e con Behzat. Quattro notti fa, se avessimo commesso
insieme un peccato imperdonabile, anche senza rendercene
conto, come sosteneva quello stupido, illustrando il libro, Allah
non avrebbe dimostrato questo affetto a noi miniaturisti.
Quella notte, quando con Raffinato Effendi siamo arrivati tra
queste rovine, ancora non nevicava. Sentivamo l'eco lontana degli
ululati dei cani.
Perch siamo venuti qui? - domandava il poveretto. - Cosa
mi vuoi far vedere a quest'ora?
Pi avanti c' un pozzo, a dodici passi da l ho sepolto i miei
risparmi di anni, - risposi. - Se non dici a nessuno tutto quello che
ti ho raccontato, io e Zio Effendi ti accontenteremo.
Allora ammetti di essere conscio di quanto stavi facendo fin
dall'inizio..., disse con entusiasmo.
Lo ammetto, gli mentii inevitabilmente.
Sai che i vostri disegni sono un grave peccato? - disse con aria
innocente. -  una bestemmia, un'eresia. Brucerete all'inferno. I
vostri dolori, le vostre pene non avranno fine. Avete coinvolto
anche me.
Mentre ascoltavo queste parole capivo con terrore che molte
persone gli avrebbero creduto. Perch? Perch queste parole avevano
una tale forza, un tale fascino da risultare naturalmente attraenti
e da far venire la voglia di scoprire gli altri traditori. Il fatto
che il libro a cui stava lavorando fosse cos segreto, i soldi che
spendeva avevano gi suscitato pettegolezzi di questo genere su
Zio Effendi. Inoltre anche Maestro Osman, il capo miniaturista,
lo odiava. Pensai che, pur sapendo bene che quanto diceva era una
calunnia, il fratello doratore l'aveva messa volontariamente tra
queste realt. Quanto era sincero?
Gli chiesi di ripetere le affermazioni che ci avevano fatto litigare.
Non si dilung e fu molto chiaro. Sembrava che mi invitasse
a coprire una colpa per salvarci dalle botte di Maestro Osman
come quando eravamo apprendisti. In quel momento non trovavo
credibile la sua sincerit. Anche quando era solo un apprendista
sbarrava gli occhi in questo modo, ma allora non erano ancora diventati
cos piccoli per via del lavoro di doratura. Mi sforzai di
non provare affetto per lui, era pronto a spifferare tutto.
Guarda, - gli dissi con forzato distacco. - Facciamo dorature,
troviamo ornamenti per i bordi delle pagine, tracciamo contorni,
abbelliamo le pagine e le facciamo brillare con oro vivo, siamo
noi a fare i disegni pi belli e rallegriamo cassapanche e armadi.
Lo facciamo da anni.  il nostro lavoro. Ci ordinano disegni,
dicono in quella cornice mettici una nave, una gazzella, un sultano,
che vi siano uccelli cos, uomini come questo, quella parte della
storia stia cos, o il tale stia cos, e noi eseguiamo. Guarda,
questa volta Zio Effendi mi ha detto: "Qui disegna un cavallo come
ti viene da dentro". Per capire quale fosse il disegno di cavallo che
mi veniva da dentro, ho disegnato centinaia di cavalli, per tre giorni,
come gli antichi grandi maestri. Tirai fuori una serie di disegni
di cavalli che avevo fatto su un foglio grezzo di carta di Samarcanda
e glieli mostrai. Lo interessavano, prese in mano il foglio
e se lo avvicin agli occhi e, alla luce fioca della luna, cominci
a contemplare i cavalli bianchi e neri. I maestri di Shiraz, di Herat, -
gli dissi, - sostenevano che per poter fare un vero disegno
di cavallo come vuole e come lo vede Allah, il miniaturista deve
disegnare ininterrottamente cavalli per cinquant'anni; aggiungevano
inoltre che il disegno migliore si fa al buio. Perch il vero miniaturista,
in cinquant'anni di lavoro diventa cieco e la mano impara
a memoria il cavallo che disegna.
Lo sguardo innocente che conoscevo sul suo volto da quando
eravamo bambini era immerso nei cavalli che avevo disegnato.
A noi danno ordini e noi cerchiamo di disegnare come i vecchi
maestri il pi segreto, il pi irraggiungibile dei cavalli e basta.
Non  giusto ritenerci responsabili di quanto ci viene ordinato.
Non so se sia giusto, - disse. - Anche noi abbiamo responsabilit,
forza di volont. Io temo solo Allah. E Allah ci ha dato l'intelligenza
perch distinguessimo il bene dal male.
Era una risposta giusta.
Allah vede e sa tutto... - gli dissi in arabo. - Capir anche
che io, tu, noi facciamo questo lavoro senza sapere. A chi denuncerai
Zio Effendi? Non credi che dietro questa faccenda ci sia la
volont del Nostro Eccellente Sultano?
Rimase in silenzio.
Pensai:  veramente cos stupido, o dice queste assurdit perch
ha perso la calma, per sincero timore di Allah?
Ci fermammo vicino al pozzo. Al buio, per un istante, vidi i
suoi occhi e capii che aveva paura. Mi fece pena. Ma ormai avevo
scoccato la mia freccia. Pregai Allah perch mi dimostrasse ancora
una volta che l'uomo che avevo davanti non era solo un pavido
stupido, ma anche un vile.
Dodici passi da qui e scaverai, gli dissi.
E tu cosa farai?
Dir a Zio Effendi di bruciare i disegni. Che altro possiamo
fare? Se quelli della comunit di Maestro Nusret di Erzurum vengono
a saperlo, non risparmieranno n noi n il laboratorio di miniatura.
Conosci qualcuno di loro? Adesso accetta questi soldi perch
io sia certo che non ci denuncerai.
Dove si trova il denaro?
Ci sono settantacinque monete d'oro veneziane in un vecchio
vaso di sottaceti.
Passi per i ducati, ma come mi era venuto in mente il vaso di sottaceti?
Era talmente assurdo che risult credibile. Cos capii ancora
una volta che Allah mi era vicino, perch il mio amico d'infanzia,
ogni anno pi avido di denaro, entusiasta, aveva gi cominciato
a contare dodici passi nella direzione che gli avevo indicato.
In quell'istante avevo due cose in mente. Sotto terra non ci sono
assolutamente ducati veneziani! Se non riesco a dargli i soldi
questo stupido vigliacco ci distrugger! Per un istante volli abbracciare
e baciare quello stupido vigliacco come facevo ai tempi
in cui eravamo insieme a bottega, ma gli anni ci avevano talmente
allontanato! Pensavo a come scavare la terra. Con le unghie?
Pensare tutto questo, non so se lo si pu chiamare pensare, dur
meno di un batter d'occhio.
In fretta e furia afferrai con entrambe le mani un masso accanto
al pozzo. Lo raggiunsi quando era ancora al settimo od all'ottavo
passo e glielo tirai in testa con tutta la mia forza. La pietra lo colp
cos velocemente e duramente che per un attimo trasalii, come se
me la fossi data io in testa, ed ebbi piet di lui.
Invece di dispiacermi del mio gesto, volevo finire al pi presto
quello che avevo iniziato a fare. Perch, una volta a terra, lui aveva
cominciato a divincolarsi e la cosa mi metteva agitazione.
Un bel po' dopo averlo gettato nel pozzo, riuscii a pensare che
in quel che avevo fatto c'era qualcosa di grossolano; non si addiceva
affatto alla delicatezza di un miniaturista.
...
Capitolo quinto. Io sono vostro zio.

Io sono lo Zio Effendi di Nero, ma anche altri mi chiamano
zio. Un tempo fu la madre di Nero a volere che lui mi chiamasse
cos, poi cominciarono a farlo tutti e non solo Nero. Nero ha cominciato
a venire a casa nostra trent'anni fa, dopo che ci eravamo
trasferiti dietro Aksaray, in quella strada umida e buia, all'ombra
di tigli e castagni. Era la casa prima di questa. Se d'estate partivo
con Mahmut Pasci, in autunno, al mio ritorno a Istanbul, trovavo
Nero e sua madre rifugiati a casa nostra. La sua compianta madre
era la sorella maggiore della mia compianta moglie. A volte,
nelle sere d'inverno, tornando a casa, vedevo sua madre e mia moglie
abbracciate e in lacrime che parlavano dei loro problemi. Suo
padre, un fallito che insegnava in piccole e remote scuole coraniche,
era irascibile e rabbioso, e per di pi beveva. All'epoca Nero
aveva sei anni, piangeva quando piangeva la madre, smetteva quando
smetteva la madre, e guardava me, suo zio, con terrore.
Adesso vedermelo davanti come un nipote deciso, maturo e rispettoso,
mi rende felice. Il rispetto che mi mostra, l'attenzione
che ha nel baciarmi la mano, il modo in cui ha detto  solo per
l'inchiostro rosso, quando mi ha regalato il calamaio mongolo, la
postura composta in cui mi siede davanti a ginocchia unite, tutto
questo mi ricorda ancora una volta che Nero  un uomo adulto,
come vuole essere, ma anche che io sono un uomo anziano, come
voglio essere.
Somiglia a suo padre, che ho visto un paio di volte:  alto, magro,
i gesti un po' nervosi, ma gli si addicono. Il modo in cui appoggia
le mani sulle ginocchia, quello sguardo che sembra dire
capisco, ascolto con rispetto mentre io racconto qualcosa di importante,
e come muove il capo in sincrono con le mie parole, sono
giusti. Giunto a quest'et, so che il vero rispetto non scaturisce
dal cuore ma dalle piccole regole e dalla sottomissione.
Scoprire che gli piacevano i libri durante gli anni in cui sua madre,
vedendo in casa nostra un futuro per il figlio, lo portava spesso
qui con ogni scusa, ci ha uniti e - come dicono quelli che abitano
nella casa - mi ha fatto da apprendista. Gli raccontavo di come
i miniaturisti di Shiraz tracciassero la linea dell'orizzonte nella parte
superiore del disegno dando cos origine a un nuovo stile. E di come
il grande Maestro Behzat non disegnasse Mejnun come fanno
tutti, un pazzo che per amore della sua Leyla girovaga stravolto per
i deserti, ma mentre cucina, mentre cerca di accendere un fuoco soffiando
sulla legna, mentre cammina tra le tende in mezzo a una folla
di donne, facendo risaltare la sua solitudine molto meglio di chiunque
altro. Gli spiegavo quanto fosse ridicolo che la maggior parte
dei miniaturisti che disegna il momento in cui Cosroe contempla
Sirin completamente nuda mentre si bagna nel lago nel cuore della
notte, adoperi il colore per i cavalli e gli abiti degli innamorati in
modo del tutto casuale, senza leggere il poema di Nizami, e che se
un miniaturista  cos distratto da non leggere con attenzione e intelligenza
il testo che sta illustrando, l'unico motivo che lo spinge a
impugnare penna e pennello non pu essere che il denaro.
Adesso sono felice perch vedo che Nero ha acquisito un'altra
nozione basilare: se non vuoi avere delusioni dalla miniatura e dall'arte,
stai ben attento a non considerarlo un lavoro. Anche se hai
talento e tanta maestria, cerca il denaro e il potere in altri campi,
cos da non prendertela poi con l'arte qualora non riuscissi ad avere
soddisfazioni in cambio delle tue capacit e del tuo lavoro.
Mi ha raccontato che i miniaturisti e i calligrafi di Tabriz, che
conosceva uno a uno perch commissionava loro libri per i pasci
e i ricchi di Istanbul e di provincia, vivevano in disperata povert.
Molti miniaturisti, a Tabriz come a Mashhad o ad Aleppo, avevano
smesso di illustrare libri perch poco pagati e poco apprezzati
e avevano cominciato a fare disegni di una sola pagina, a disegnare
stranezze ed oscenit che divertivano i viaggiatori europei.
Aveva sentito dire che il libro che Sci Abbas aveva regalato al
Nostro Sultano, durante l'accordo di pace, a Tabriz, era stato fatto
a pezzi e che le sue pagine venivano usate per farne un altro. E
che il Sultano indiano Ekber aveva cominciato a spendere talmente
tanto denaro per un nuovo, grande libro, che i pi brillanti miniaturisti
di Tabriz e Kazvin avevano lasciato il proprio lavoro ed
erano accorsi al suo Palazzo.
Mentre racconta tutto questo, di tanto in tanto inserisce con
garbo altre storie nel discorso. Mi sorride e narra la divertente storia
di un falso mahdi, o descrive l'agitazione dei saffavidi per la
morte, dopo tre giorni di febbri altissime, di uno stupido principe
dato in ostaggio agli uzbechi in cambio della pace. Ma da un'ombra
sui suoi occhi capisco che la questione che spaventa entrambi,
 difficile parlarne, non  ancora conclusa.
Naturalmente, anche Nero, come ogni giovane che frequentava
la nostra casa o che sentiva parlare di noi, o che era al corrente,
anche solo alla lontana, della sua esistenza, era innamorato della
mia unica e bellissima figlia, Sekre. Allora, forse, questo non
era ai miei occhi qualcosa di pericoloso e a cui dare peso, dato che
tutti erano innamorati della mia bellissima figlia, e molti senza
averla neanche vista. Ma l'amore di Nero era l'amore disperato di
un giovane che frequentava la nostra casa, che godeva della nostra
ospitalit e del nostro affetto e che aveva occasione di vedere Sekre.
Non  stato capace di seppellire dentro di s il suo amore come
speravo facesse, e ha commesso l'errore di confessare il violento
incendio che aveva dentro direttamente a mia figlia.
E cos ha dovuto allontanarsi da casa nostra.
Ormai anche Nero sapr che tre anni dopo aver lasciato Istanbul
mia figlia si era sposata nel fiore degli anni con un cavaliere,
un guerriero con la testa tra le nuvole che, dopo averle dato due
figli maschi,  partito per la guerra senza pi tornare e da ben quattro
anni nessuno ha sue notizie. Sento che sa gi tutto, e non perch
questi pettegolezzi e queste notizie a Istanbul si diffondono
velocemente, lo so da come mi guarda negli occhi quando restiamo
in silenzio. Inoltre, in questo momento ascolta il rumore che
fanno i bambini per casa, mentre d un'occhiata al Libro delle anime
aperto sul tavolino da lettura, e sa che da due anni mia figlia 
tornata a casa di suo padre con i figli.
Con Nero non abbiamo parlato della nuova casa che ho fatto
costruire durante la sua assenza. Probabilmente, come potrebbe
pensare un giovane volonteroso che ha in mente di diventare ricco
e stimato, Nero considera imbarazzante parlare di questi argomenti.
In ogni modo, appena  entrato in casa, sulle scale gli ho detto che
il secondo piano  sempre pi asciutto e che mi ha fatto bene per i
dolori alle ossa traslocare qui. Mentre dicevo il secondo piano
provavo uno strano imbarazzo, ma sappiate che chiunque, persone
con molti meno soldi di me, anche i semplici cavalieri dotati di un
piccolo feudo, presto potranno farsi costruire una casa a due piani.
Eravamo nella stanza che d'inverno uso come studio. Ho intuito
che Nero sentiva la presenza di Sekre nella camera accanto.
Ho affrontato l'argomento di cui avevo gi parlato nella lettera
che gli avevo mandato a Tabriz per chiamarlo a Istanbul.
Proprio come facevi tu con i miniaturisti e i calligrafi a Tabriz,
anch'io commissiono un libro, - gli ho detto. - Il mio committente
 il Nostro Eccellente Sultano, fondamento dell'Universo.
Trattandosi di un libro segreto, il Nostro Sultano ha fatto predisporre
un fondo segreto dal Capo Tesoriere. Ho preso accordi
con tutti i pi bravi miniaturisti del laboratorio del Nostro Sultano.
A uno far disegnare un cane, a un altro un albero, a uno gli
ornamenti dei bordi e le nuvole all'orizzonte ed a un altro ancora i
cavalli. Voglio che questi disegni, proprio come i dipinti dei maestri
veneziani, rappresentino tutto il mondo del Nostro Sultano. Ma
non illustreranno le ricchezze terrene del Nostro Sultano, come
farebbero i veneziani, bens la sua ricchezza interiore, le gioie e le
paure del suo mondo. Se c' il denaro  per disprezzarlo e se ci sono
Satana e la Morte  perch li temiamo. Non so cosa dicano i
pettegoli. Voglio che a rappresentare il Nostro Eccellente Sultano
e il suo mondo siano l'immortalit degli alberi, la stanchezza dei
cavalli, la sfrontatezza dei cani. Voglio che i miei miniaturisti, che
portano i soprannomi di Cicogna, Oliva, Raffinato e Farfalla, scelgano
l'argomento come pi piace loro. Anche nelle pi fredde notti
d'inverno, le pi iellate, un miniaturista del mio sultano viene
di nascosto a farmi vedere quello che ha disegnato per il libro.
Che tipo di disegni sono e perch sono fatti cos, per adesso
non te lo posso dire precisamente. Non perch te lo voglia nascondere,
o non te lo possa dire. Perch sembra che anch'io non
sappia esattamente cosa raccontano i disegni. Ma so come dovrebbero
essere.
Avevo saputo dal barbiere della via dove abitavamo prima, che
quattro mesi dopo aver ricevuto la mia lettera Nero era tornato a
Istanbul, e cos l'avevo invitato a casa. Sapevo che nella mia storia
c'erano un dispiacere ed una speranza di felicit che ci avrebbero
uniti.
Ogni disegno racconta una storia, - proseguii. - Per rendere
bello il libro che leggiamo, il miniaturista disegna la scena pi bella
della storia. Il primo incontro degli innamorati, l'eroe Rstem che
taglia la testa del diabolico mostro, il dolore di Rstem quando comprende
che lo straniero che ha ucciso  il figlio, Mejnun impazzito
per amore tra leoni, tigri, cervi e sciacalli, la tristezza di Alessandro
Magno nel vedere la sua beccaccia fatta a pezzi da un'aquila gigantesca
nel bosco dove era andato a trarre auspici dal volo degli uccelli
prima di partire per la guerra... I nostri occhi che si stancano a leggere
le storie si riposano osservando i disegni. Se c' qualcosa che la
nostra mente e la nostra immaginazione hanno difficolt a realizzare,
il disegno corre subito in aiuto. Il disegno  la fioritura a colori
della storia. Nessuno pu pensare un disegno che non abbia storia.
Credevo che non si potesse pensare, - ho aggiunto quasi pentito. -
Ma poi ho visto che  possibile. Due anni fa sono stato di
nuovo a Venezia, come ambasciatore del Nostro Sultano. Guardavo
continuamente i ritratti fatti dai grandi maestri italiani. Senza
sapere a quale scena di quale storia appartenesse il personaggio
ritratto, ma cercando di capire ed indovinare. Un giorno sono rimasto
attonito di fronte a un dipinto sul muro di un palazzo.
Era il ritratto di un uomo, di uno come me. Un infedele naturalmente,
non uno come noi. Mentre lo guardavo, sentivo di assomigliargli.
In realt non mi assomigliava affatto. Un volto senza
ossa, rotondo, non c'erano zigomi n tracce del mio mento enorme.
Non mi assomiglia affatto, ma chiss perch, quando lo
guardavo mi faceva battere il cuore.
Seppi dal signore veneziano che mi fece visitare il suo palazzo,
che il ritratto appeso al muro era quello di un suo amico, un
nobile come lui. Aveva fatto mettere nel proprio ritratto tutto quello
che aveva di importante nella vita: la fattoria nel panorama che
si vedeva dalla finestra aperta alle sue spalle, il villaggio e un bosco
che sembrava vero con tutti i colori mescolati. Sul tavolo, davanti
a s, aveva l'orologio, i libri, il Tempo, il Male, la Vita, la matita,
la carta geografica, la bussola, scatole di monete d'oro, gingilli,
altri oggetti che non conoscevo ma intuivo come in tanti disegni,
chiss... L'ombra del genio, di Satana, e poi la sua bellissima
figlia, un sogno, accanto al padre.
Quale storia si voleva abbellire e completare con questo disegno?
Mentre lo guardavo, capivo che la storia di questo ritratto
era lui stesso. Il ritratto non era il proseguimento di una storia, era
una cosa a s.
Non riuscivo a togliermi dalla testa il dipinto davanti al quale
ero rimasto cos colpito. Uscii dal palazzo, tornai nella casa dove
ero ospite e ci pensai per tutta la notte. Avrei voluto essere dipinto
anch'io cos. No, non posso osare tanto,  il Nostro Sultano
che deve essere ritratto cos! Bisogna ritrarre il Nostro Sultano
con quello che possiede, insieme a tutte le cose che mostrano e circondano
il suo mondo. Pensai che con questa idea si potesse illustrare
un libro.
Il maestro italiano aveva ritratto il signore veneziano in modo
da far capire subito che il disegno rappresentava quel signore.
Anche senza conoscere quell'uomo, se ti dicessero di trovarlo in
mezzo alla folla, grazie al ritratto potresti riconoscerlo tra migliaia
di persone. I maestri italiani hanno scoperto il modo e l'arte di dipingere
che differenziano un uomo qualsiasi dagli altri mettendo
in evidenza la forma del volto, non i vestiti e le medaglie. Questo
 ci che chiamano ritratto.
Una volta che il tuo volto  stato dipinto cos, non puoi pi
essere dimenticato. Anche se sei molto lontano, chi guarda il tuo
ritratto ti sente dentro come se fossi vicino. E tutti coloro che non
ti hanno mai visto quando eri in vita, anni dopo la tua morte,
potranno guardarti negli occhi come se tu fossi davanti a loro.
Siamo rimasti a lungo in silenzio. Dalla parte superiore della piccola
finestra che dava sulla strada filtrava una luce da brivido, aveva
il colore del freddo che c'era fuori. Era la finestra che avevo ricoperto
da poco di tela cerata, quella di cui non aprivamo mai le persiane
inferiori.
C'era un miniaturista, - gli ho detto. - Veniva da me di nascosto,
come gli altri miniaturisti, e lavoravamo fino all'alba a questo
libro segreto del Nostro Sultano, era quello che faceva le dorature
migliori. Povero Raffinato Effendi, una notte  uscito di
qui e non  pi tornato a casa. Ho paura che il mio doratore pi
esperto sia stato eliminato.
...
Capitolo sesto. Io, Orhan

Lo avranno ucciso?, domand Nero.
Era alto, magro e faceva un po' paura questo Nero. Stavo andando
verso di loro quando il nonno disse: S, lo avranno ucciso, -
e mi vide. - Cosa ci fai tu qui?
Mi guardava in modo tale che, senza imbarazzo, andai a sedermi
sulle sue ginocchia, ma mi fece scendere subito.
Bacia la mano a Nero, disse.
Gli baciai la mano. Non aveva odore.
Molto carino, - disse Nero e mi baci sulla guancia. - Da grande
diventer forte come un leone.
Questo  Orhan, ha sei anni. Ce n' un altro pi grande,
Sevket, ha sette anni ed  molto testardo.
Sono andato in quella via ad Aksaray, - continu Nero. - Faceva
freddo, c'erano neve e ghiaccio dappertutto, ma era come se
non fosse cambiato niente.
 cambiato tutto, si  rovinato tutto, - disse mio nonno. - E
anche tanto. Si gir verso di me. Dov' tuo fratello?
 con il maestro.
E tu che fai qui?
Il maestro mi ha detto "bravo, tu puoi andare".
Hai fatto la strada da solo? - disse mio nonno. - Ti deve accompagnare
tuo fratello. Poi si rivolse a Nero: - Ho un amico rilegatore,
vanno da lui due volte alla settimana dopo la scuola coranica,
lavorano come apprendisti, imparano a rilegare.
Ti piace fare le miniature come tuo nonno?, mi chiese Nero.
Rimasi in silenzio.
Va bene, - disse mio nonno. - Dai, adesso vai.
Il caldo del braciere era cos piacevole che non volevo andarmene.
Mi fermai un attimo ad annusare l'odore di colla e vernice.
Sentivo anche profumo di caff.
Disegnare in un altro modo, vuol dire vedere in un altro modo? -
disse mio nonno. - Per questo motivo hanno ucciso il pvero
doratore. E poi lui faceva dorature alla vecchia maniera. Non
so neanche esattamente se  stato ucciso o se  soltanto scomparso.
Quelli che lavorano alle dipendenze del capo miniaturista, Maestro
Osman, stanno illustrando un surname(1) per il Nostro Sultano.
Lavorano tutti a casa. Maestro Osman  al laboratorio. Voglio
che tu vada l a vedere con i tuoi occhi. Temo anche che gli altri
abbiano litigato tra di loro e si siano uccisi. I soprannomi che ha
dato loro anni fa il capo miniaturista sono Farfalla, Oliva, Cicogna...
Vai a trovarli nelle loro case...
Invece di scendere per le scale tornai indietro. Dalla stanza con
l'armadio a muro dove dormiva Hayriye proveniva un ticchettio,
entrai. Non c'era Hayriye ma mia madre. Vedendomi si imbarazz.
Met del suo corpo era dentro l'armadio.
Dov'eri?, domand.
Ma sapeva benissimo dov'ero. Dentro l'armadio c' un buco,
da l si vede lo studio del nonno e, se la porta  aperta, anche l'anticamera,
e poi dall'altra parte dell'anticamera, sempre che la porta
sia aperta, la stanza dove dorme il nonno.
Ero con il nonno, - dissi. - Mamma, cosa fai qui?
Non ti avevo detto che c' un ospite e che l non dovevi entrare?
Mi sgridava, ma non a voce alta, non voleva che l'ospite
sentisse. Cosa stavano facendo?, chiese poi con voce dolce.
Stavano seduti. Ma non c'erano i colori. Il nonno raccontava,
l'altro ascoltava.
Come era seduto?
Improvvisamente mi accomodai a terra e imitai l'ospite: adesso
io sono un uomo molto posato, guarda mamma; adesso, con le sopracciglia
aggrottate, ascolto mio nonno e muovo la testa come quell'ospite,
serio come se ascoltassi il Mevld(2), con lo stesso ritmo.
Vai gi, - disse mia madre. - Chiamami Hayriye. Subito.
Si mise seduta, prese l'asse da scrittura e cominci a scrivere
su un piccolo foglio.
Mamma, cosa scrivi?
Non ti ho detto di andare subito gi e di chiamarmi Hayriye?
Andai in cucina. Mio fratello era arrivato. Hayriye gli aveva
messo davanti un piatto del riso preparato per l'ospite.
Vigliacco, - disse mio fratello. - Te ne sei andato e mi hai lasciato
solo con il maestro. Ho fatto io tutta la piegatura. Mi sono
venute le dita viola.
Hayriye, ti vuole mia madre.
Quando finisco di mangiare ti picchio, - disse mio fratello. -
Pagherai per la tua pigrizia e la tua vigliaccheria.
Appena Hayriye usc dalla cucina, senza aspettare di finire il
piatto, mi venne addosso. Mi prese per il polso e cominci a torcermi
un braccio.
No, Sevket, no, mi fai tanto male.
Scapperai di nuovo lasciando il lavoro a un altro?
No, non scapper.
Giura.
Giuro.
Giura sul Corano.
Giuro sul Corano.
Ma non mi lasci. Mi trascin vicino al grande vassoio di rame
su cui stava mangiando e mi fece sedere. Con una mano mangiava
il riso a cucchiaiate e con l'altra mi torceva il braccio sempre di
pi, era molto pi forte di me.
Non cominciare a torturare tuo fratello, sei crudele, disse
Hayriye rientrando un attimo in cucina. Si era coperta il capo e
usciva. Lascialo.
Non ti intromettere, figlia di uno schiavo, - disse mio fratello.
Continuava a torcermi il braccio. - Dove vai?
Vado a comprare i limoni, disse Hayriye.
Bugiarda, - disse mio fratello, - la dispensa  piena di limoni.
Mi liberai della sua stretta approfittando di un attimo di debolezza,
gli diedi un calcio e presi il candeliere per il manico, ma
lui mi venne addosso e mi atterr. Diede un colpo al candeliere, il
vassoio si rovesci.
Maledetti! disse mia madre. Non urlava per non farsi sentire
dall'ospite. Come aveva potuto passare per l'anticamera e scendere
le scale senza farsi vedere da Nero? Ci separ. Che figura
mi fate fare, bastardi.
Orhan oggi ha detto una bugia, - disse Sevket. - Mi ha lasciato
con il maestro e tutto il lavoro da finire e se n' andato.
Zitto, disse mia madre e gli diede uno schiaffo.
Lo aveva colpito in maniera lieve, perci mio fratello non pianse.
Voglio mio padre, - disse. - Quando pap ritorner prender
la spada rossa di zio Hasan e noi andremo via da questa casa e torneremo
da zio Hasan.
Zitto, disse mia madre. All'improvviso si arrabbi talmente
che prese Sevket per un braccio, lo tir verso di s e lo trascin in
un angolo buio. Li seguii. Mia madre apr una porta e quando vide
anche me, disse: Entrate dentro tutti e due.
Ma mamma, io non ho fatto niente, dissi, ma entrai lo stesso.
La mamma chiuse la porta. Dentro non era completamente
buio, dalla fessura delle persiane che davano sul melograno filtrava
una luce fioca, ma ebbi paura.
Mamma, apri la porta, - dissi. - Ho freddo.
Non piangere, fifone, - disse Sevket. - Adesso la apre.
Mia madre apr la porta. Allora, starete buoni finch rimane
l'ospite? - disse. - Finch Nero non va via, restate in cucina,
vicino al focolare, non dovete salire.
Ma l ci annoiamo, - disse Sevket. - Dov' andata Hayriye?
Sei un impiccione, adesso basta, disse mia madre.
Udimmo un cavallo nitrire. Poi lo udimmo di nuovo. Non era
il cavallo del nonno ma quello di Nero. Eravamo felici, come se
fosse giorno di fiera o di festa. Mia madre sorrise come se volesse
che sorridessimo anche noi. Fece due passi e apr la porta che dava
sulla stalla.
Fece Shhhhhhh ed entr.
Si volt e ci port nella cucina di Hayriye, era piena di topi e
puzzava di grasso, ci fece sedere. Mi raccomando, non cercate di
uscire da qui finch non se ne va l'ospite. E non litigate, non fate
vedere che siete dei bambini viziati e capricciosi.
Mamma, - dissi prima che chiudesse la porta. - Mamma, ti
voglio dire una cosa. Hanno ucciso il povero doratore del nonno.

Note.

1. Opera scritta in occasione di matrimoni o circoncisioni all'interno
della famiglia del sultano.

2. Poema cantato che narra della nascita del Profeta.
...
Capitolo settimo. Il mio nome  Nero.

Quando vidi suo figlio per la prima volta capii cos'era che, ormai
da anni, ricordavo male del volto di Sekre. Come quello di
Orhan, anche il viso di Sekre era affilato e il mento era pi pronunciato
di quanto ricordassi. Perci la bocca del mio amore doveva,
ovviamente, essere pi piccola e stretta di come io per anni
l'avevo immaginata. Per dodici anni, girando di citt in citt, con
la fantasia mi era piaciuto ricordare la bocca di Sekre pi grande,
avevo sognato labbra pi regolari, pi carnose, irresistibili come
una grande amarena lucida.
Significa che se avessi avuto con me un ritratto del volto di
Sekre dipinto con i metodi dei maestri italiani, non mi sarei sentito
spaesato, a un certo punto dei miei dodici anni di viaggio,
credendo di non ricordare affatto il viso dell'amata che mi ero lasciato
alle spalle. Perch se dentro di te, inciso sul cuore, vive il volto
della persona amata, il mondo  ancora la tua casa.
Vedere il figlio di Sekre, parlare con lui, guardarlo da vicino
e baciarlo provoc in me la particolare inquietudine degli sventurati,
degli assassini, dei peccatori. Una voce mi diceva: Dai, adesso
vai a vedere Sekre.
Pensai addirittura di lasciare mio zio senza dirgli niente ed aprire
una ad una tutte le porte delle stanze che davano sull'anticamera
finch non avessi trovato Sekre, le avevo contate con la coda
dell'occhio, erano cinque porte buie, compresa quella delle scale.
Ma ero rimasto lontano dalla mia amata dodici anni proprio perch
le avevo confessato con inopportuna avventatezza quello che
provavo per lei. Attesi, silenzioso e furtivo, e ascoltai mio zio guardando
i cuscini su cui Sekre chiss quante volte si era seduta, gli
oggetti che aveva toccato.
Mi spieg che il sultano voleva questo libro per il millenario
dell'Egira. Per i mille anni del calendario il nostro grande Sovrano
voleva dimostrare che anche lui e la sua dinastia erano capaci
di usare i metodi occidentali. Inoltre il sultano aveva ordinato ai
miniaturisti esperti di non uscire e di lavorare in casa, lontano dalla
folla del laboratorio, perch sapeva che erano molto occupati,
dovendo fare pure un surname. Di certo non ignorava che i miniaturisti
venivano di nascosto da mio zio.
Vedrai il capo dei miniaturisti Maestro Osman, - disse mio
zio. - C' chi dice che sia diventato cieco, chi che sia rimbambito,
ma secondo me  cieco e rimbambito.
Il fatto che mio zio pur non essendo un abile miniaturista, avesse
avuto l'incarico di ordinare e supervisionare un libro con il permesso
e l'incoraggiamento del sultano, ovviamente avrebbe rovinato
i rapporti tra lui e il capo miniaturista.
Pensando alla mia infanzia rivolsi l'attenzione agli oggetti di casa.
Erano dodici anni che ricordavo il kilim blu proveniente da Kula,
la caraffa, il vassoio del caff ed il secchio di rame, le tazzine e
tutte le volte che mia zia buonanima aveva detto orgogliosa che venivano
dalla lontana Cina, via Portogallo. Questi oggetti, proprio
come il leggio intarsiato di madreperla nell'angolo, l'attaccapanni
sul muro, il cuscino di velluto rosso che toccavo ricordandone la
morbidezza, venivano dalla casa del quartiere di Aksaray dove avevo
trascorso l'infanzia con Sekre e avevano ancora qualcosa dello
scintillio dei giorni felici che avevo passato disegnando l.
Felicit e disegno. Vorrei che i lettori attenti alla mia storia e
al mio destino tenessero sempre in mente questi due fattori come
punto di partenza del mio mondo. Qui, un tempo, tra libri, matite
e disegni, ero molto felice. Poi mi sono innamorato e sono stato
cacciato da questo Paradiso. Negli anni del mio esilio d'amore
pensai spesso che dovevo molto a Sekre ed all'amore per lei,
perch era stato grazie a lei che durante la mia giovinezza avevo
affrontato la vita e il mondo con ottimismo. Con l'innocenza di un
bambino, non avevo dubbi che il mio amore sarebbe stato corrisposto,
ero troppo sicuro, accettavo il mondo con felicit, lo consideravo
un buon posto.  con questo ottimismo che ho accolto e
amato i libri, quello che mio zio mi diceva di leggere, quello che
insegnavano alla scuola coranica, la miniatura e il disegno. Devo
all'amore per Sekre la prima e la pi ricca met della mia luminosa
e allegra istruzione, e devo al suo rifiuto le cupe convinzioni
che hanno poi distrutto questo periodo. Nelle notti gelide, la voglia
di annullarsi assieme alla fiamma che sta per spegnersi nel focolare
nelle stanze dei caravanserragli, il sogno ricorrente - dopo
aver fatto l'amore, cado con la donna accanto a me in un abisso
solitario - e l'idea che non valgo niente sono l'eredit che mi ha
lasciato Sekre.
Sapevi che dopo la morte, - disse mio zio, - le nostre anime
possono incontrare le anime di chi dorme profondamente nel suo
letto in questo mondo?
No, non lo sapevo.
Dopo la morte comincia un lungo viaggio, perci non ho paura
di morire. La mia vera paura  morire prima di finire il libro del
Nostro Sultano.
Parte della mia mente era occupata dal pensiero che ero pi forte,
pi ragionevole e resistente di mio zio, con l'altra pensavo a
quanto era caro il caftano che avevo acquistato prima di venire qui
per quest'uomo che dodici anni fa non mi aveva concesso la mano
di sua figlia, alla bardatura d'argento e alla sella ricamata del cavallo
che, tra poco, scendendo le scale, avrei portato fuori dalla
stalla e avrei montato.
Dissi che gli avrei riferito ogni notizia che avessi ottenuto dai
miniaturisti. Gli baciai la mano, scesi le scale, uscii nel cortile, sentii
sul viso il freddo gelido e ricordai di non essere n un bambino
n un uomo anziano. Ero felice di sentirmi il mondo sulla pelle.
Mentre chiudevo la porta della stalla si lev una folata di vento.
Passando dal selciato al cortile il mio cavallo bianco rabbrivid assieme
a me, lo tenevo per le briglie. Mi somigliava, con le sue zampe
forti solcate dalle vene, la sua impazienza e il suo temperamento.
Una volta sulla strada, stavo per montare in sella con un balzo e
scomparire per sempre tra le viuzze come un cavaliere delle fiabe,
quando mi venne addosso un donnone che non capivo da dove fosse
uscito, un'ebrea vestita da capo a piedi di rosa con un fagotto
in mano. Era talmente grossa che sembrava un armadio. Comunque
era vivace, piena di vita e addirittura civettuola.
Mio leone, ragazzo mio, sei davvero bello come dicono, - disse. -
Sei sposato, sei scapolo, vuoi comprare un fazzoletto di seta
per la tua amata segreta da Esther, la migliore venditrice di corredi
di Istanbul?
No.
Una cintura di raso rosso?
No.
Non dire sempre no, no! Ma come, non ha una fidanzata,
un'innamorata segreta, un ragazzone cos? Chiss quante donne
in lacrime in questo momento ardono per te!
A un tratto il suo corpo si allung come quello sottile di un'acrobata
e con una delicatezza sorprendente mi si avvicin. Nello
stesso istante con l'abilit di un illusionista che crea dal nulla, le
comparve in mano una lettera. Presi la lettera e la misi subito sotto
la cintura come se fossi preparato a questo momento da anni.
Era una lettera enorme e gi la sentivo bruciare sulla mia pelle gelida,
sotto la cintura, tra il fianco e il ventre.
Monta sul tuo cavallo e vai al passo, - disse Esther la venditrice
di corredi. - Segui il muro, svolta a destra, vai senza badare
a niente, ma quando arrivi vicino al melograno grati e guarda la
casa da dove sei uscito, la finestra di fronte.
Continu per la sua strada e scomparve di colpo. Montai a cavallo,
come un uomo che lo faccia per la prima volta nella vita. Il
cuore mi batteva all'impazzata, la mente era confusa, le mani non
sapevano come tenere le briglie, ma appena le gambe lo strinsero
saldamente, io e il mio cavallo fummo dominati da una mente e da
un'abilit esperte, e quella bestia intelligente si mise al passo come
aveva detto Esther, poi girammo a destra, che bello!
Forse allora mi sentii veramente bello. Come nelle fiabe, dietro
ogni persiana, ogni grata, c'era una donna del quartiere che mi
osservava e io sentivo di bruciare dello stesso incendio. Era questo
che volevo? Ritornavo alla malattia di tutti quegli anni?
All'improvviso usc il sole, ne fui meravigliato.
Dove  il melograno? Eccolo,  questo albero triste e gracile?
S,  quello! Mi girai leggermente sul cavallo. Proprio di fronte a
me c'era una finestra, ma non c'era nessuno. Quella strega di Esther
mi ha ingannato!
Stavo per convincermene quando all'improvviso le persiane coperte
di ghiaccio si aprirono come in un'esplosione e vidi la mia
amata che risplendeva al sole nella cornice della finestra, dodici
anni dopo, il suo bel viso tra i rami innevati. La mia amata dagli
occhi neri guardava me o un'altra vita dietro di me? Non capivo
se era triste o sorrideva, o se sorrideva con tristezza. Stupido cavallo,
non seguire il mio cuore, rallenta! Mi girai sulla sella, la guardai
con nostalgia fino alla fine, fino a quando il suo viso misterioso,
fine e delicato, scomparve dietro i rami bianchi.
Quando capii, molto dopo, dopo aver aperto la lettera che mi
aveva mandato e aver visto il disegno che c'era dentro, che il mio
modo di stare a cavallo e il suo modo di stare alla finestra somigliavano
alla scena disegnata migliaia di volte, in cui Cosroe va sotto
la finestra di Sirin - ma tra di noi c'era anche un albero triste -
bruciai d'amore, proprio come nei disegni di quei libri che amiamo
e adoriamo.
...
Capitolo ottavo. Il mio nome  Esther.

So che siete tutti curiosi di sapere cosa c'era scritto nella lettera
che ho dato a Nero. Dato che ero curiosa anch'io, mi sono
informata. Se volete, immaginate di girare le pagine della storia
all'indietro e vedrete cos' accaduto prima che gli consegnassi la
lettera: ve lo racconto.
Adesso  quasi sera, nella nostra casa, nel nostro piccolo quartiere
ebreo all'imbocco del Corno d'Oro, io e mio marito Nesim,
due poveri vecchietti - puf puf - cerchiamo di scaldarci mettendo
legna nel focolare. Non fateci caso se adesso dico che sono vecchia,
quando tra i fazzoletti, i guanti, le lenzuola di seta, le pezze
di stoffa colorata per confezionare camicie arrivate con le navi portoghesi,
infilo gioielli, costosi o meno, anelli, orecchini, collane
che emozionano le donne, e mi metto il fagotto sottobraccio e giro
tutta Istanbul, Esther  il mestolo e Istanbul il paiolo, la giro in
continuazione. Porto lettere, pettegolezzi di porta in porta, ho fatto
sposare met delle ragazze di questa Istanbul, ma non ho iniziato
questo discorso per vantarmi. Dicevo che verso sera eravamo
a casa, quando - toc toc - hanno bussato alla porta, sono andata
ad aprire e c'era quella stupida di Hayriye, la serva. Aveva
una lettera in mano. Mi ha spiegato tremando cosa voleva la mia
Sekre, non ho capito se tremava per il freddo o per l'agitazione.
Prima ho capito che questa lettera andava portata ad Hasan e
mi sono meravigliata. La bella Sekre ha un marito che non torna
dal tempo della guerra - secondo me ci ha gi lasciato la pelle - e
questo marito guerriero che non torna a casa ha anche un fratello
pazzo, si chiama Hasan. Poi ho capito che la lettera di sekre non
era per Hasan, ma per un altro. Che cosa c' scritto nella lettera,
Esther sta per impazzire dalla curiosit. Alla fine ho cominciato a
leggerla.
Non vi conosco neanche tanto bene. A dir la verit mi sono
sentita improvvisamente in imbarazzo, in soggezione. Non vi dir
come ho letto la lettera. Forse biasimerete la mia curiosit - come
se voi non foste curiosi, almeno quanto i barbieri - e mi disprezzerete.
Vi dico solo quello che ho sentito quando mi hanno letto
la lettera. La dolce Sekre aveva scritto:

Nero Effendi, tu vieni a casa mia grazie alla confidenza che
hai con mio padre. Ma non pensare di ricevere da me qualche segnale.
Da quando sei andato via sono successe tante cose. Mi sono
sposata, ho due bravi figli. Uno si chiama Orhan, poco fa  entrato
e l'hai visto. Sono quattro anni che aspetto mio marito e non
penso ad altro. Posso anche sentirmi sola, disperata e debole con
due figli e un padre anziano, posso aver bisogno della forza e della
protezione di un uomo, ma che nessuno pensi di poter approfittare
della mia situazione. Per questo motivo, per favore, non
bussare pi alla nostra porta. Mi hai gi fatto vergognare una volta,
e allora ho dovuto soffrire tante di quelle pene per poter dimostrare
a mio padre la mia innocenza! Insieme a questa lettera
ti restituisco anche il disegno che mi avevi mandato quando eri un
giovane con la testa fra le nuvole. Perch tu non abbia nessuna
speranza, non fraintenda.  sbagliato pensare che le persone possano
innamorarsi guardando un disegno. Non mettere pi piede
in casa nostra,  la cosa migliore.

Povera cara Sekre, non sei un uomo, un signore, un pasci, e
non potevi apporre il tuo magnifico sigillo! In fondo al foglio ha
comunque scritto, come un uccello piccolo e pauroso, la prima lettera
del suo nome, e basta.
Ho detto sigillo. Sarete curiosi di sapere come apro e chiudo
queste lettere. Ma queste lettere non hanno sigillo. La mia cara Sekre
pensa, questa Esther  un'ebrea ignorante, non pu leggere la nostra
scrittura. Giusto, io non so leggere la vostra scrittura, ma posso
farla leggere a qualcuno. Quindi la lettera la posso leggere benissimo.
Vi ho confuso ?
Ve lo spiego, cos che anche il pi ottuso di voi capir.
Una lettera non dice quello che vuole dire solo con la scrittura.
Si pu leggere la lettera anche annusandola, toccandola, palpandola,
proprio come un libro. Perci le persone intelligenti dicono,
leggi, vediamo cosa dice la lettera. Le persone stupide invece
dicono, leggi, vediamo cosa scrive. L'abilit sta nel leggere tutta
la lettera, non solo il testo. Sentite un po' che altro dice Sekre:
1. Dice, anche se mando la lettera di nascosto, visto che l'ho
data ad Esther che ha come compito abituale quello di portare
lettere, la mia intenzione non  proprio quella di nascondere
le cose.
2.Se una lettera viene piegata molte volte come un brek a
forma di amuleto, vuol dire furtivit e segretezza. Invece la
lettera  aperta. E poi c' un enorme disegno. Fa finta di
nascondere a tutti il segreto. E una cosa del genere si addice
a una lettera che invita all'amore, non a una lettera che
lo rifiuta.
3. Lo dimostra anche il profumo della lettera. Questo profumo
da una parte  talmente lieve da lasciare indeciso chi la prende
in mano (chiss se  stato messo apposta?), ma dall'altra
 anche delizioso e non  facile rimanere indifferenti ( una
qualche essenza di rose, o  il profumo della sua mano?): 
bastato a far perdere la testa a quel poveraccio che mi ha letto
la lettera. Penso che far perdere la testa anche a Nero.
4.Io sono una Esther che non sa n leggere n scrivere, ma da
come scorre la grafia, dal delicato tremito di tutte le lettere,
come se fossero prese da una dolce brezza, si capisce che dentro
di lei dice proprio il contrario di quello che scrive, anche
se la sua grafia sembra che dica, faccio in fretta, scrivo senza
badarci molto, senza fare attenzione. Quando parla di
Orhan dice poco fa e intende di avere scritto senza fare
una brutta copia, ma si vede che l'ha fatta, perch la cura si
intuisce a ogni riga.
5.Il disegno mandato insieme alla lettera racconta la storia della
bella Sirin che s'innamora dell'avvenente Cosroe guardandone
il ritratto, la conosco perfino io, Esther l'ebrea. Le
donne di Istanbul che sognano a occhi aperti, adorano questa
storia, ma la vedo disegnata per la prima volta.
A voi fortunati che sapete leggere e scrivere cpita spesso: una
persona che non sa leggere vi prega di leggergli una lettera che ha
ricevuto e voi la leggete. Le cose scritte possono essere cos
impressionanti, emozionanti e conturbanti che il proprietario,
imbarazzato dal fatto che siate complici del suo segreto, vi pu chiedere,
vergognandosi, di leggere la lettera un'altra volta. Voi la leggete.
Alla fine la lettera viene letta talmente tante volte che
entrambi la imparate a memoria. Poi prendono in mano la lettera
e vi chiedono,  qui che dice questa cosa,  qui che ha detto quell'altra
e guardano il punto che indicate col dito senza conoscere le
lettere. A volte, mentre guardano il verso delle lettere e delle parole
che sono incapaci di leggere, ma che hanno imparato a memoria,
mi commuovo e, dimenticando che anch'io non so leggere
e scrivere, mi viene da baciare queste ragazze analfabete che piangono
per delle lettere.
E poi ci sono quei maledetti, ma,  ovvio, voi non somigliate a
loro. Quando una ragazza vuole prendere in mano la sua lettera
per toccarla le dicono: Cosa fai, non sai leggere, cosa vuoi guardare;
alcuni non le restituiscono neanche la lettera, come se fosse
loro, e a volte tocca a me, a Esther, litigarci e riprenderla. Io,
Esther, che sono una donna cosi buona, se mi andate a genio, posso
aiutare anche voi.
...
Capitolo nono. Io, Sekre.

Perch ero l, alla finestra, mentre Nero passava sul suo cavallo
bianco, proprio davanti a me? Perch, grazie a un'intuizione,
avevo aperto la persiana proprio in quel momento e l'avevo guardato
cos a lungo vedendolo tra i rami innevati del melograno?
Non posso dirvi tutto. Ho mandato io Hayriye da Esther. Naturalmente
sapevo che Nero sarebbe passato da l. In quel momento
ero entrata da sola nella stanza con l'armadio a muro che si affacciava
sul melograno, per controllare le lenzuola nelle cassapanche.
Quando ho spinto la persiana con tutta la mia forza, perch
mi  venuto spontaneo farlo, la stanza si  riempita della luce del
sole. Sono rimasta alla finestra e i nostri sguardi si sono incontrati;
ero abbagliata dal sole, era molto bello.
Era cresciuto, maturato, si era liberato di quel fare goffo e incerto,
era pi bello. Guarda Sekre, mi disse il cuore, Nero non 
solo bello, guardalo negli occhi, ha il cuore di un bambino, quanto
 sincero, quanto  solo. Sposalo. Eppure gli ho mandato una
lettera in cui scrivevo proprio il contrario.
Anche se aveva dodici anni pi di me, gi a dodici anni io sapevo
di essere pi matura di lui. Allora, invece di pararmisi davanti
come un vero uomo e dirmi, far cos, far cos, salter di
qua, mi arrampicher di l, si chinava su un libro o su un disegno,
nascondendosi, imbarazzato da tutto. Poi anche lui si innamor di
me. Fece un disegno e mi dichiar il suo amore, ormai eravamo
cresciuti tutti e due. A dodici anni mi resi conto che Nero non riusciva
a guardarmi negli occhi, perch aveva paura che incrociando
i nostri sguardi avrei capito che era innamorato di me. Per esempio,
diceva: Mi puoi dare quel coltello con il manico d'avorio?,
e osservava il coltello, ma non alzava gli occhi per guardarmi. Se,
per esempio, gli chiedevo:  buono lo sciroppo di amarena?,
non riusciva ad esprimere che era buono con un'espressione del viso,
con un sorriso dolce, come facciamo tutti quando abbiamo la
bocca piena. S, urlava con tutta la sua forza, come se parlasse
a un sordo. Perch non osava guardarmi in faccia dalla paura.
Allora io ero molto bella. Tutti gli uomini che riuscivano a vedermi,
anche una sola volta da lontano, tra le tende, dalla porta, tra un
mucchio di stoffe, si innamoravano immediatamente di me. Non
lo dico per vantarmi, lo dico perch voi capiate la mia storia e condividiate
il mio destino.
Come tutti sanno, nella storia di Cosroe e Sirin c' un certo
momento - Nero e io ne avevamo parlato tanto - in cui Sapur 
intenzionato a farli innamorare l'uno dell'altra. Un giorno, mentre
Sirin sta passeggiando in campagna con le sue damigelle, Sapur
appende di nascosto il ritratto di Cosroe al ramo di un albero sotto
il quale si fermano a riposarsi. Quando vede il ritratto di Cosroe
appeso su un ramo di quel bel giardino, Sirin si innamora di
lui. Sono stati fatti tanti disegni che descrivono questo momento,
come dicono i miniaturisti, questa scena in cui Sirin guarda con
ammirazione e meraviglia il ritratto di Cosroe appeso al ramo.
Quando lavorava con mio padre Nero aveva visto tante volte questo
disegno e l'aveva anche copiato un paio di volte. Poi, innamoratosi
di me, ne aveva fatto una copia per s. Se non ci fosse stato
scritto sotto, solo io avrei potuto capire che il ragazzo e la ragazza
nel disegno eravamo noi, perch a volte quando scherzavamo, faceva
il mio e il suo ritratto con gli stessi lineamenti e gli stessi colori,
io vestita di azzurro e lui di rosso. Come se non bastasse, sotto
il disegno di Cosroe e Sirin aveva scritto Nero e Sekre. L'aveva
lasciato in un posto dove lo potessi vedere ed era scappato
via, come se fosse nel peccato. Ricordo che mi aveva osservata
mentre guardavo il disegno per vedere la mia reazione.
Ben sapendo che non mi sarei innamorata di lui come Sirin,
dapprima non lasciai trasparire nulla. La sera di un giorno d'estate in
cui cercavamo di rinfrescarci con sciroppi d'amarena raffreddati
con ghiaccio che si diceva provenisse dal lontano monte Uludag,
quando Nero rincas dissi a mio padre che lui mi aveva dichiarato
il suo amore. Allora Nero era appena uscito dalla scuola coranica.
Insegnava nella periferia pi povera e, non tanto per sua volont
ma per la pressione di mio padre, cercava di lavorare con Naim Pasci,
molto abile e stimato. Secondo mio padre aveva la testa fra le
nuvole. Mio padre si adoperava perch entrasse nella squadra di
Naim Pasci e cominciasse almeno a lavorare come copista, ma diceva
che Nero non si impegnava abbastanza e si comportava da stupido.
Quella sera, riferendosi a noi due, disse: Ma pensa un po',
il povero nipote mirava ancora pi in alto e, senza badare a mia
madre, aggiunse:  pi intelligente di quanto credessimo.
Quello che mio padre fece nei giorni seguenti, come mi tenni
lontana da Nero, come lui sloggi da casa nostra, poi addirittura
dal nostro quartiere, ricordo tutto questo con tristezza, ma, se non
amate mio padre e me, non voglio raccontarvelo. Credetemi, non avevamo
altra scelta. Quando l'amore senza speranza capisce di essere
senza speranza, il cuore ribelle capisce cosa sia la vita, e in situazioni
del genere le persone ragionevoli, tagliando corto, dicono
gentilmente: Non eravamo fatti uno per l'altra.  andata
cos. Voglio ricordare che un paio di volte mia madre disse:
Almeno non spezzate il cuore al ragazzo. Nero, che allora mia madre
chiamava il ragazzo, aveva ventiquattro anni e io ne avevo
la met. Probabilmente mio padre, trovando la dichiarazione d'amore
di Nero insolente, si guard bene dal fare a mia madre il favore
che gli era stato richiesto.
Quando ricevemmo la notizia che se n'era andato da Istanbul,
l'avevamo gi allontanato dai nostri cuori anche se non l'avevamo
dimenticato completamente. Non avendo pi avuto sue notizie da
nessuna citt per anni, ho sempre pensato che fosse giusto nascondere
il disegno che aveva fatto e mi aveva dato come pegno
per i nostri ricordi e la nostra amicizia infantile. Prima di tutto,
perch non lo trovasse mio padre e si adirasse, e poi per non far
ingelosire mio marito, il guerriero; avevo coperto abilmente i nomi,
Sekre e Nero, scritti sotto, con l'inchiostro Hasan Pasci di
mio padre, come se vi fosse sgocciolato sopra e dalle gocce si fossero
formati dei fiori. Visto che oggi gliel'ho ridato indietro, se tra
di voi c' chi commenta la mia apparizione alla finestra in modo
negativo, forse si vergognerebbe un po', potrebbe ripensarci.
Dopo essergli apparsa all'improvviso, erano passati dodici anni,
rimasi un po' alla finestra, in mezzo alla luce scarlatta del tramonto
a guardare ammirata, fino ad avere veramente freddo, il
giardino; in questa luce, si faceva lievemente rosso, e poi arancione.
Non c'era un filo di vento. Non m'interessava cosa avrebbe
detto vedendomi alla finestra chi passava per strada, mio padre o
Nero, nel caso fosse tornato indietro e mi fosse passato davanti a
cavallo.
Una volta Mesrure, una delle figlie di Ziver Pasci con cui, piena
di gioia, vado all'hamam una volta a settimana, quella che ride,
si diverte sempre e quando meno te lo aspetti dice qualcosa di
incredibile, mi aveva detto che nessuno pu sapere esattamente
quello che pensa. Lo credo anch'io. A volte dico una cosa e mi rendo
conto di averla pensata solo mentre la dico, ma quando me ne
rendo conto sono convinta di pensare il contrario.
Mi dispiace che il povero Raffinato Effendi, uno dei miniaturisti
che mio padre riceveva a casa e che io, non ve lo nascondo,
spiavo uno a uno, sia scomparso come mio marito. Tra tutti, era
il pi brutto e il pi povero di spirito.
Chiusi la persiana, uscii dalla stanza, e scesi in cucina.
Mamma, Sevket non ti ha obbedito, - disse Orhan. - Mentre
Nero prendeva il suo cavallo dalla stalla  uscito dalla cucina e
l'ha spiato dal buco.
E allora? - disse Sevket con un pestello in mano. - Anche la
mamma lo spiava dal buco dell'armadio.
Hayriye, - dissi. - Per stasera friggi del pane zuccherato con
pasta di mandorle, in poco olio.
Orhan inizi a saltellare festoso, mentre Sevket non disse una
parola. Mentre salivo per le scale mi raggiunsero facendo baccano
e mi passarono accanto spintonandosi allegramente, e io dissi ridendo:
Piano, piano, disgraziati!, e diedi un lieve pugno sulle
loro schiene delicate.
Come  bello stare a casa con i bambini di pomeriggio! Mio padre
si dedicava silenziosamente al suo libro.
Il vostro ospite  andato via, - gli dissi. - Spero che non vi
abbia disturbato.
No, - disse. - Mi ha divertito.  rispettoso con suo zio,
come era una volta.
Bene.
Ma  anche prudente e misurato.
Lo aveva detto per chiudere il discorso, non per elogiare Nero,
n per misurare la mia reazione. In un'altra occasione avrei risposto
senza peli sulla lingua. Ma questa volta pensai a quell'uomo
che immaginavo sul suo cavallo bianco e rabbrividii.
Poi, non so come, ci trovammo abbracciati con Orhan nella
stanza con l'armadio. Ci si avvicin anche Sevket; per un attimo
si spintonarono. Credevo che stessero per mettersi a litigare quando
ci trovammo a rotolare sul pavimento. Li accarezzai come se
fossero dei cagnolini, baciai loro la nuca, i capelli, me li strinsi al
petto, sentii il loro peso sul seno.
Ah! - dissi. - Avete i capelli luridi. Domani andrete all'hamam
con Hayriye.
Io non voglio pi andare all'hamam con Hayriye, disse Sevket.
Sei cresciuto molto?, gli dissi.
Mamma, perch ti sei messa questa bella camicia viola?,
domand Sevket.
Andai di l in camera, mi tolsi la camicia viola. Mi misi la solita,
quella verde sbiadito. Mentre mi rivestivo provai freddo, rabbrividii,
ma sentii la pelle in fiamme, e poi la freschezza, il vigore
del mio corpo. Sulle guance avevo un po' di trucco, probabilmente
era andato via mentre giocavo e mi baciavo con i bambini, lo ritoccai
per bene con un po' di saliva. Sapete che i miei parenti, le
donne che incontro all'hamam, tutti quelli che mi vedono, dicono
che sembro una ragazzina di sedici anni, e non una donna attempata
di ventiquattro anni con due bambini. Voglio che anche voi
ci crediate, altrimenti non vi racconto pi niente.
Non pensate che il fatto che vi parli sia strano. Sono anni che,
quando guardo i disegni dei libri di mio padre, cerco sempre le
donne, quelle belle.  raro che ve ne siano e sono sempre schive,
timide, camminano a testa bassa, al massimo si guardano tra loro.
Non guardano mai il mondo in faccia, a testa alta, come fanno gli
uomini, i guerrieri e i sultani. Ma nei libri da pochi soldi disegnati
in fretta, se il pittore non sta attento, ci trovi donne che non
guardano in terra, o qualche altro elemento del disegno, che ne so,
una coppa o chi amano, guardano direttamente chi legge. Io penso
sempre che stiano guardando chi legge.
Quando penso ai libri di duecento anni fa, i volumi che risalgono
all'epoca di Tamerlano, quelli che gli infedeli curiosi portano
nei loro paesi dopo averli pagati a peso d'oro, rabbrividisco.
Forse, un giorno, qualcuno ascolter questa mia storia molto lontano
da qui. Non  forse per provare questo brivido che tutti vogliono
trovare posto in un libro, non  per questo che sultani e visir
danno borse d'oro a chi scrive libri dedicati a loro, che raccontano
le loro storie? E io, quando sento questo brivido, ho anche
voglia di parlare con voi che mi osservate da chiss quale epoca, da
chiss quale posto lontano, proprio come le belle donne che con un
occhio guardano la vita dentro il libro e con l'altro la vita fuori. Io
sono bella, intelligente, e mi piace farmi guardare. Se a volte dico
qualche bugia,  perch non vi facciate un'idea sbagliata di me.
Forse lo avete gi intuito, mio padre mi vuole molto bene. Prima
di me ha avuto tre figli maschi, Allah se li  ripresi uno dopo
l'altro ma non ha toccato me, la femmina. Mio padre stravede e si
preoccupa sempre per me, ma io non ho sposato l'uomo che aveva
scelto lui, ho sposato un cavaliere che mi piaceva e che avevo scelto
da sola. Se fosse dipeso da mio padre, l'uomo a cui mi avrebbe
concessa, avrebbe dovuto essere al tempo stesso un grande sapiente
che amasse la miniatura e l'arte, potente e ricco come Creso ma,
dato che cose del genere non accadono neanche nei suoi libri, sarei
rimasta a casa ad aspettarlo per anni. La bellezza di mio marito era
cosa nota, gli feci avere dei messaggi tramite intermediari e lo vidi
al ritorno dall'hamam quando, trovando il modo, all'improvviso mi
apparve davanti con gli occhi che bruciavano e subito mi innamorai
di lui. Era bruno, aveva la pelle candida e gli occhi verdi, era
bello, forte, ma innocente e silenzioso come un bambino addormentato.
Avevo l'impressione che odorasse di sangue, forse perch
aveva esaurito la sua forza uccidendo uomini in guerra, facendo razzie,
anche se a casa era dolce e tranquillo come una donna.
Quest'uomo che mio padre in un primo momento non accett perch
era solo un povero soldato - ma poi si convinse perch gli dissi che
mi sarei uccisa - ricevette un piccolo feudo del valore di diecimila
ake come ricompensa per gli atti eroici compiuti in una guerra o
nell'altra, e and a finire che tutti furono invidiosi di noi.
All'inizio non mi preoccupai molto quando, quattro anni fa, non
torn con l'esercito dalla guerra contro i saffavidi. Perch pi combatteva,
pi diventava abile e lavorava in proprio e pi portava bottino,
otteneva feudi pi grandi e aveva pi uomini sotto di s. C'era
anche chi diceva di averlo visto separarsi dalla fanteria e andare
con i suoi uomini verso le montagne. I primi tempi pensavo sempre
che sarebbe tornato presto, ma dopo due anni pian piano mi
abituai alla sua assenza e, quando capii che Istanbul era piena di
mogli di guerrieri scomparsi come me, accettai la situazione.
Di notte, a letto, con i bambini ci abbracciavamo e piangevamo
insieme. Per non farli piangere inventavo bugie, dicevo che il
tale aveva raccontato, aveva le prove, che il padre sarebbe arrivato
prima della primavera, ma poi, quando le mie bugie uscivano
dalla loro bocca per finire nelle orecchie altrui e tornare a me trasformate
in buone notizie, ero la prima a darvi credito.
Abitavamo in una casa in affitto nel quartiere di Carsikapi insieme
al padre di mio marito - era originario dell'Abkhazia e aveva
avuto una vita difficile ma era di animo gentile - e a suo fratello
dagli occhi verdi. Quando scomparve mio marito, il pilastro
della famiglia, cominciarono le difficolt. Mio suocero, alla sua veneranda
et, torn a fare il venditore di specchi, mestiere che aveva
abbandonato da quando il figlio maggiore era diventato ricco
in guerra. Hasan, il fratello scapolo di mio marito, che lavorava alla
dogana, dato che i soldi che portava a casa aumentavano, prese
a darsi arie da uomo forte. Un inverno, per il timore di non riuscire
a pagare l'affitto, in fretta e furia, portarono la serva che faceva
i lavori di casa al mercato degli schiavi, la vendettero e mi
chiesero di occuparmi della cucina al suo posto, del bucato, e addirittura
di fare la spesa. Non risposi che non ero donna da fare
questi lavori e obbedii con la morte nel cuore. Ma, quando mio cognato
Hasan, non avendo pi una serva per la notte, forz la mia
porta, non seppi veramente cosa fare.
Certo, sarei potuta tornare subito qui, nella casa paterna, ma
dal momento che secondo il cad, dal punto di vista giuridico, mio
marito era ancora vivo, se li facevo arrabbiare potevano costringermi
a tornare con i bambini da mio suocero, cio a casa di mio
marito, e potevano anche condannare ed umiliare mio padre che mi
tratteneva. A dire la verit, avrei benissimo potuto concedermi ad
Hasan, che mi pareva anche pi umano e razionale di mio marito
e che, naturalmente, sapevo essere molto innamorato di me. Ma
farlo in modo avventato, alla fine non mi avrebbe portato a essere
sua moglie, ma - Dio me ne scampi! - la sua concubina.
Perch, temendo che reclamassi la mia parte di eredit, o addirittura
li abbandonassi e tornassi con i bambini da mio padre, anche loro
non volevano che il cad dichiarasse la morte di mio marito. Se mio
marito non era morto per il cad, certamente non potevo sposare
Hasan n nessun altro, e questo mi teneva legata a quella casa e al
matrimonio; cos, preferivano che mio marito fosse scomparso,
una situazione ambigua che poteva andare avanti a lungo. Non dimenticate
che facevo tutti i lavori di casa, dalla cucina al bucato e
per di pi uno di loro era innamorato di me.
Per mio suocero e Hasan la soluzione migliore era che sposassi
Hasan, ma per farlo era indispensabile trovare dei testimoni e
convincere il cad. Avevamo la volont dei parenti stretti del mio
povero marito, il padre ed il fratello, e nessuno li avrebbe contraddetti,
il cad per due soldi avrebbe fatto finta di credere a falsi testimoni
che avrebbero detto di averne visto il cadavere in guerra.
Il problema maggiore era convincere Hasan che dopo aver ottenuto
lo stato di vedova non avrei abbandonato la casa, non avrei
avanzato diritti sull'eredit n preteso soldi per sposarlo. Ancor
pi importante era fargli credere che l'avrei sposato per scelta personale.
Avevo capito che per infondergli fiducia dovevo fare l'amore
con lui, ma in modo da convincerlo che non lo facevo per divorziare
da mio marito, ma perch ero innamorata di lui.
Se mi fossi sforzata avrei potuto anche innamorarmi di Hasan.
Hasan aveva otto anni meno di mio marito, quando mio marito
era ancora a casa, per me era come un fratello e questo sentimento
ci aveva avvicinati. Mi piaceva che fosse modesto ma passionale,
che amasse giocare con i bambini, e il modo che, a volte, aveva
di guardarmi, con desiderio, come se lui morisse di sete e io fossi
un bicchiere di sciroppo di amarena ghiacciato. Ma sapevo anche
che avrei dovuto sforzarmi molto per innamorarmi di un uomo che
mi faceva lavare i panni, che non si faceva scrupoli a mandarmi a
fare la spesa come le concubine, come le serve. In quei giorni in
cui bastava che andassi a casa di mio padre per scoppiare a piangere
guardando pentole, tazze e tazzine e, di notte, con i bambini,
dormivamo abbracciati per farci forza, Hasan non mi offr
quell'occasione. Credendo che non potessi innamorarmi di lui, che questa
unica via per il nostro matrimonio non potesse aprirsi, non
avendo fiducia in se stesso, si comport male. Cerc di bloccarmi
un paio di volte, di baciarmi, di toccarmi, disse che mio marito
non sarebbe mai tornato, che mi avrebbe ucciso, mi minacci, pianse
come un bambino e mi resi conto che non potevo sposarlo perch,
con la sua fretta e la sua agitazione, non lasciava tempo all'amore
vero e nobile, quello che si racconta nelle leggende.
Una notte, quando forz la porta della stanza dove dormivo
con i bambini, mi alzai subito, senza badare al fatto che i piccoli
potessero spaventarsi, e cominciai a urlare a squarciagola dicendo
che la casa era invasa dagli spiriti maligni. Svegliai mio suocero e,
tra le grida e la paura degli spiriti, mostrai a suo padre Hasan nel
pieno del suo desiderio. Tra i miei ululati e i miei insensati discorsi
sugli spiriti, quell'intelligente vegliardo, vergognandosene, si rese
conto della disgustosa sporca realt, il figlio era ubriaco e si era
avvicinato senza ritegno alla moglie dell'altro figlio, alla madre dei
suoi due bambini. Quando gli comunicai che non avrei dormito fino
all'alba e avrei atteso gli spiriti seduta davanti alla porta dei
miei figli non disse una parola, e al mattino, quando lo informai
che sarei tornata con i bambini alla casa paterna per prendermi cura
di mio padre malato per un lungo periodo, accett la sconfitta.
Come ricordo del mio matrimonio, presi il grosso orologio con il
campanello, bottino portato dall'Ungheria, la frusta fatta con i nervi
del pi nervoso cavallo arabo, la scacchiera d'avorio di Tabriz
- i bambini usavano gli scacchi per giocare alla guerra - e i candelabri
d'argento, bottino della guerra di Nahcivan, avevo tanto
insistito che non venissero venduti.
L'abbandono della casa del mio scomparso marito, come mi
aspettavo, trasform l'amore maniacale ed irrispettoso di Hasan in
un incendio disperato ma degno di rispetto. Sapendo che suo padre
non l'avrebbe appoggiato, invece di minacciarmi, cominci a mandarmi
lettere d'amore con disegni di uccelli, leoni dagli occhi lacrimosi
e gazzelle tristi in un angolo del foglio. Non vi nasconder che
negli ultimi tempi avevo cominciato a leggere e rileggere queste lettere
che, a meno che a disegnarle non fosse un amico miniaturista
dall'animo poetico, rivelavano la ricca fantasia di Hasan, cosa di cui
quando vivevamo sotto lo stesso tetto non mi ero accorta.
Il fatto che nelle sue ultime lettere dicesse che non mi avrebbe
usata come serva per i lavori di casa perch guadagnava molto, il
suo linguaggio rispettoso, dolce e scherzoso, le richieste ed i litigi
infiniti dei bambini e le lamentele di mio padre, mi confondevano le
idee e per queste ragioni avevo aperto la persiana della mia finestra,
come per cercare di emettere un sospiro di fronte al mondo.
Prima che Hayriye apparecchiasse per la cena, preparai a mio
padre uno sciroppo di datteri tiepido, dal migliore fiore di dattero
d'Arabia, ci misi dentro un cucchiaio di miele ed un po' di succo
di limone, entrai silenziosa nella stanza dove lui leggeva il Libro
delle anime e glielo misi davanti senza farmi notare, come uno
spirito, proprio come piaceva a lui.
Mi chiese: Nevica? con un tono cos triste e debole che capii
subito che era l'ultima nevicata a cui il mio povero padre avrebbe
assistito nella vita.
...
Capitolo decimo. Io sono un albero.

Io sono un albero, sono molto solo. Quando piove, piango. Per
amor di Dio, ascoltatemi. Bevetevi un caff, in modo da scacciare
il sonno e aprire gli occhi, guardatemi attentamente, vi racconter
perch sono cos solo.
1. Dicono che sono stato disegnato in fretta su un foglio di carta
grezza perch ci fosse il disegno di un albero dietro al maestro
cantastorie.  vero. In questo momento non ci sono altri
alberi sottili intorno a me, n erbe della steppa a sette foglie,
n scure rocce increspate che a volte somigliano a Satana
e altre all'uomo, n in cielo ricciute nuvole cinesi. Solo la
terra, il cielo, io e la linea dell'orizzonte. Ma la mia storia 
pi complicata.
2.In quanto albero, in un libro, non rappresento un elemento
indispensabile. Ma, in quanto disegno d'albero, mi turba il
fatto di non comparire nella pagina di un libro. Se non significo
qualcosa in un libro, mi viene da pensare che, appeso
al muro, sar venerato da infedeli e profani che si getteranno
ai miei piedi. Che non odano i seguaci del Maestro di
Erzurum, io me ne vanto di nascosto, anche se poi me ne
vergogno e ho molta paura.
3.Il vero motivo della mia solitudine  che non so neanch'io a
quale storia appartengo. Stavo per far parte di una storia,
ma ne sono caduto a terra come una foglia. Ve la racconto:

LA STORIA DI COME SONO CADUTO DALLA MIA STORIA COME UNA
FOGLIA CHE CADE DALL'ALBERO.

Quando, quarant'anni fa, lo sci persiano Tahmasp - il massimo
nemico degli ottomani e, insieme, il sovrano che pi amava la
miniatura al mondo - cominci a invecchiare, per prima cosa si allontan
dai divertimenti, dal vino, dalla musica, dalla poesia e dalla
miniatura. Una volta smesso di bere anche il caff, la sua mente
si ferm del tutto; in preda alle paure dei vecchi annebbiati,
trasfer la capitale del regno da Tabriz a Kazvin, che allora era
possedimento persiano, perch fosse lontana dai soldati ottomani. E
invecchiando ulteriormente, un giorno ebbe una crisi, sembrava
posseduto dagli spiriti, si pent e giur che non avrebbe mai pi
bevuto vino, non avrebbe mai pi avuto a che fare con i fanciulli
e non si sarebbe mai pi interessato alla miniatura; la prova che
questo grande sci, dopo aver perduto il piacere del caff, aveva
perduto anche il buon senso.
Cos, rilegatori, calligrafi, doratori e miniaturisti dalle mani miracolose
che, da vent'anni, a Tabriz creavano le pi belle meraviglie
del mondo, si dispersero di citt in citt come uno sciame d'api.
I pi brillanti furono chiamati a Mashhad dal governatore Sultano
Ibrahim Mirza, nipote e genero di Sci Tahmasp. Li sistem
nel suo laboratorio di miniatura e li fece lavorare a un meraviglioso
libro illustrato con i sette poemi de I sette troni di Giami, il massimo
poeta di Herat ai tempi di Tamerlano. Sci Tahmasp, che amava
e insieme invidiava il nipote, pentito di avergli dato in sposa la
figlia, quando seppe di questo libro meraviglioso s'ingelos e in un
accesso d'ira cacci il nipote dalla provincia di Mashhad e lo sped
nella citt di Kain e da l nella ancor pi piccola citt di Sebzivar.
Cos i calligrafi e i miniaturisti di Mashhad si dispersero in altre
citt, in altri paesi, nei laboratori di altri sultani e altri principi.
Ma, per un miracolo, il meraviglioso libro di Ibrahim Mirza
non rimase incompiuto grazie a un suo fedelissimo amante dei libri.
Quest'uomo montava a cavallo e andava fino alla lontana Shiraz
perch l c'era il maestro che faceva le dorature pi belle, da l
portava due pagine a Isfahan al calligrafo con lo stile pi fine,
attraversava le montagne fino a Bukhara dove faceva impostare la
struttura dei disegni e i personaggi della storia dal pi grande maestro
miniaturista che lavorava per il khan uzbeco; poi andava a Herat
e, questa volta, faceva disegnare a memoria da uno dei vecchi
maestri quasi ciechi l'erba e le foglie ricciute; sempre a Herat, si
recava da un altro miniaturista e gli faceva scrivere a caratteri d'oro
in stile rika la lastra sopra la porta del disegno, partiva di nuovo
verso Sud, andava a Kain e mostrava al Sultano Ibrahim Mirza
la pagina ancora a met dopo sei mesi di viaggio e si godeva le
sue lodi.
Compresero che a questo ritmo non avrebbero mai finito il libro
e assoldarono dei corrieri tartari. A ognuno di questi, insieme
alla pagina da miniare diedero una lettera che spiegava all'artista
il lavoro. E cos, per le strade di tutto il regno di Persia, del Khorasan,
dell'Uzbekistan, della Transoxiana, passarono corrieri con
le pagine del libro. Cos come i corrieri, anche la produzione del
libro acquist velocit. Capitava che, in una notte di neve in cui
si udiva l'ululato dei lupi, il latore della cinquantanovesima pagina
e quello della centosessantaduesima si incontrassero in un caravanserraglio,
e chiacchierando amichevolmente si rendessero
conto di lavorare per lo stesso libro e, portate le pagine dalle loro
stanze, cercassero di capire a quale poema appartenessero e dove
si trovassero una rispetto all'altra.
Io avrei dovuto essere in una pagina di questo libro, ma oggi ho
saputo che purtroppo  stato portato a termine. Un vero peccato:
in un freddo giorno d'inverno i ladri tagliarono la strada al corriere
tartaro che mi portava con s passando per i varchi rocciosi. Prima
picchiarono il povero tartaro, poi, da veri briganti, lo rapinarono,
lo violentarono e lo uccisero crudelmente. Per questo motivo
non so neanch'io da quale pagina caddi esattamente. Vi chiedo
il favore di guardarmi e di rispondere alle mie domande: avrei fatto
ombra a Mejnun, vestito da pastore, che faceva visita a Leyla
nella sua tenda? Mi sarei mescolato alla notte per esprimere il buio
dell'anima del miscredente disperato? Avrei voluto accompagnare
la felicit dei due innamorati che fuggono dal mondo e, attraversando
i mari, trovano pace in un'isola piena di uccelli e frutta! Avrei
voluto fare ombra agli ultimi momenti di Alessandro che mor sanguinando
dal naso per giorni, dopo aver preso un colpo di sole durante
la conquista dell'India. Sarei servito per esprimere la forza e
l'et del padre che dava consigli sull'amore e sulla vita? A quale
storia avrei aggiunto significato e raffinatezza?
Uno dei briganti che uccisero il corriere mi prese con s per poi
portarmi ovunque; di tanto in tanto si ricordava del mio valore e mi
mostrava riguardo come se avesse capito che era molto pi piacevole
guardare il disegno di un albero che un albero, ma non sapendo
a quale storia quest'albero appartenesse, presto si annoi di me.
Questo bandito mi fece girare di citt in citt e non mi gett via come
temevo, ma mi vendette per una brocca di vino a un uomo di
cultura in un caravanserraglio. Di notte, questo pover'uomo a volte
piangeva, a volte mi guardava alla luce di una candela. Quando
mor di tristezza, i suoi averi vennero venduti. Arrivai a Istanbul
grazie a un maestro cantastorie che mi compr. Adesso sono molto
felice, sono orgoglioso di essere qui, stanotte, tra voi miniaturisti e
calligrafi che lavorate per il sultano ottomano, voi che avete mani
miracolose, occhi d'aquila, ferrea forza di volont, polsi sottili e animo
delicato, e vi supplico, per amor di Dio, di non credere a chi dice
che sono stato disegnato in fretta e furia da un maestro miniaturista,
su un foglio qualunque, per essere appeso al muro.
Ascoltate quante altre bugie, quante calunnie, quante false credenze!
Ricordate che, ieri sera, il mio padrone aveva appeso al muro
il disegno di un cane ed aveva raccontato le avventure di questo
cane insolente e quelle di Maestro Husret di Erzurum? Adesso,
coloro che amano il venerabile Maestro Nusret di Erzurum hanno
frainteso; sembra che abbiano pensato che alludessimo a lui.
Ma noi potremmo mai dire che non si sa chi sia il padre del nostro
eccellente Effendi predicatore? Dio non voglia! Non ci passerebbe
neanche per la testa! Che calunnia, che sfacciata menzogna 
questa! Visto che Husret di Erzurum si confonde con Nusret di
Erzurum, vi racconto la storia dell'albero di Maestro Nedret lo
Strabico di Sivas.
Questo Maestro Nedret lo Strabico di Sivas oltre a maledire
l'amore per i bei fanciulli e la miniatura, sosteneva anche che il
caff fosse un'invenzione di Satana e che chi lo beveva sarebbe finito
all'Inferno. Allora, Maestro di Sivas, hai dimenticato come
si  piegato quel mio grande ramo? Ve lo racconto, ma giurate di
non dirlo a nessuno, e che Allah ci protegga dalle calunnie. Una
mattina vidi che un uomo gigantesco, alto come un minareto e con
mani e piedi che parevano artigli di leone, e il tipo menzionato sopra,
erano saliti su questo mio ramo e, nascosti tra le foglie, chiedo
scusa, scopavano senza ritegno. Seppi poi che il gigante era Satana,
e mentre si accoppiavano il nostro gli baciava affettuosamente
l'orecchio e gli bisbigliava: il caff  vietato dalla religione;
il caff  peccato... Quindi, chi crede che il caff sia dannoso
vuol dire che crede a Satana, non ai comandamenti della nostra
bella religione.
Vi parler anche dei miniaturisti europei, cos, se c' qualche
vile che vuole imitarli, che gli serva da lezione. Questi miniaturisti
europei disegnano i volti dei re, dei preti, dei signori e delle dame
cos che, guardandone il ritratto, si riesce a riconoscere una
persona anche per strada. Le loro donne girano liberamente per le
strade, il resto ve lo lascio immaginare. Ma non  tutto, sono andati
oltre. Non dico nella ruffianeria, ma nel disegno...
Un grande maestro miniaturista europeo e un altro grande miniaturista
camminavano su un prato europeo e parlavano di maestria
e arte. Di fronte a loro si par una foresta. Quello pi abile
disse all'altro: Disegnare con metodi nuovi significa avere una
maestria tale che, una volta disegnato un albero di questa foresta,
un appassionato che guardi il disegno venga qui e possa distinguere
quell'albero in mezzo agli altri.
Io, il povero disegno di albero che vedete, ringrazio Iddio per
non essere stato disegnato con una simile mentalit. Non perch
abbia paura che se fossi stato disegnato con i metodi europei tutti
i cani di Istanbul, credendomi vero, mi avrebbero pisciato sopra.
Ma perch io non voglio essere un vero albero ma il suo
significato.
...
Capitolo undicesimo. Il mio nome  Nero.

Cominci a nevicare a sera tarda e continu fino al mattino dopo.
Lessi e rilessi la lettera di Sekre per tutta la notte. Camminavo
nervoso su e gi per la stanza vuota della casa vuota e mi avvicinavo
al candelabro per contemplare, alla pallida luce palpitante del-
la candela, il tremolio nervoso delle furiose lettere della mia amata,
le capriole che facevano per mentire, il loro procedere sinuoso.
Rivedevo l'improvviso spalancarsi della persiana, il volto e il sorriso
triste della mia amata quando mi era apparsa. Vedendo il suo vero
volto, avevo dimenticato tutti quelli che avevo portato dentro di
me, trasformandoli di tanto in tanto, per sei-sette anni, volti in cui
la sua bocca color amarena si faceva sempre pi grande.
Nel pieno della notte, a un certo punto fui preso da fantasie di
matrimonio. Nella mia immaginazione non avevo dubbi sul mio
amore, n sul fatto che fosse corrisposto. Cos ci sposavamo con
grande gioia, ma poi in una casa con le scale la felicit sognata andava
in frantumi. Non riuscivo a trovare un lavoro, litigavo con
mia moglie che non mi dava retta.
Quando capii di avere tratto queste cupe fantasie dal capitolo
sui danni del matrimonio de La vivificazione delle scienze di Al
Ghazzali, un libro che leggevo nelle mie notti da scapolo in Arabia,
ormai a notte fonda, mi venne in mente che in quelle pagine
c'erano molti pi discorsi sui vantaggi del matrimonio. Ma,
nonostante i miei sforzi, di questi vantaggi letti tante volte riuscii a
ricordarne solo due. Quando l'uomo si sposava, qualcuno si occupava
dei lavori di casa, ma nella casa con le scale della mia immaginazione
non se ne occupava nessuno. Era un modo per risparmiarmi
le masturbazioni vissute con senso di colpa e il mio trascinarmi
nei vicoli dietro ai ruffiani per andare con le prostitute, con
un senso di colpa ancora pi forte.
Questo pensiero di liberazione, a tarda notte mi fece venire voglia
di masturbarmi. Avevo voglia di purezza e, per togliermi dalla
testa al pi presto questa ossessione, mi ritirai come d'abitudine
in un angolo della stanza, ma mi resi conto che non riuscivo a
masturbarmi. Dopo dodici anni ero di nuovo innamorato!
Questa prova lampante mi riemp il cuore di una agitazione ed
una paura tali che mi misi a camminare per la stanza tremando come
la luce della candela. Se Sekre si era mostrata alla finestra, che
bisogno c'era di quella lettera che esprimeva una logica completamente
contraria al suo comportamento? Se la figlia non mi vuole,
perch il padre mi invita? Forse padre e figlia si stanno prendendo
gioco di me. Camminavo su e gi per la stanza e sentivo che la porta,
il muro, il pavimento che scricchiolava, cigolando e balbettando
come me, tentavano di trovare una risposta alle mie domande.
Guardai il disegno fatto anni prima, raccontava di come Sirin
s'innamorava di Cosroe vedendone il ritratto appeso al ramo di un albero.
L'avevo fatto ispirandomi a un disegno uguale, era in un libro
mediocre proveniente da Tabriz, mio zio l'aveva appena ricevuto.
Guardarlo non mi imbarazz (per la semplicit del disegno
e della dichiarazione d'amore), come mi accadeva negli anni passati
ogni volta che ci pensavo, n mi riport ai ricordi felici della
mia giovinezza. Verso l'alba la mia mente riusc a riprendere il controllo
e vidi il gesto di Sekre che mi rimandava indietro il disegno,
era una mossa di scacchi in un gioco d'amore abilmente studiato
per me. Mi sedetti e, alla luce del candelabro, scrissi una lettera
di risposta a Sekre.
Dopo aver dormito un po', al mattino mi misi la lettera sul petto
e uscii per strada. Camminai a lungo. La neve aveva allargato
le strade strette di Istanbul e aveva purificato la citt dalla folla.
Tutto era pi silenzioso e pi immobile, come un tempo. Come
nei nevosi giorni d'inverno della mia infanzia, sembrava che i tetti,
le cupole ed i giardini di Istanbul fossero pieni di corvi.
Camminavo veloce ascoltando il rumore dei miei passi e guardando il vapore
che mi usciva di bocca e mi agitavo, pensando che anche il
laboratorio di miniatura del Palazzo, dove mio zio aveva voluto
che andassi, era silenzioso come le strade. Prima di entrare nel
quartiere ebreo, mandai un bambino da Esther per farle consegnare
la lettera a Sekre, indicandole un luogo dove incontrarci
prima della preghiera di mezzogiorno.
Andai subito al laboratorio dietro Santa Sofia. L'edificio dove
ero stato apprendista da bambino e che avevo frequentato con mio
zio non era affatto cambiato, a parte i ghiaccioli che pendevano
dalle gronde.
Il bell'apprendista davanti e io dietro, passammo tra gli anziani
maestri rilegatori in preda ad un perenne capogiro dovuto agli
odori di colla e solventi, ai miniaturisti pi abili gi gobbi da giovani,
ai ragazzi che mescolavano i colori senza guardare le ciotole
appoggiate sulle ginocchia con gli occhi tristemente fissi sulle fiamme
del focolare. In un angolo notai un vecchio che decorava meticolosamente
l'uovo di struzzo che teneva in grembo, un altro anziano
che disegnava allegramente su un cassetto e un apprendista
che li seguiva con rispetto. Attraverso una porta aperta vidi giovani
studenti che, rimproverati dai maestri, avvicinavano il volto
paonazzo ai fogli, quasi a toccarli, per capire dove avessero sbagliato.
In un'altra cella, un apprendista triste e malinconico,
dimenticati i colori, i fogli e il disegno, guardava la strada dove,
poco fa, camminavo agitato. Ero un estraneo.
Imboccammo le scale ghiacciate. Camminammo sotto il portico
che costeggiava le quattro pareti del secondo piano. Gi, nel
chiostro coperto di neve, due studenti bambini erano in attesa di
qualcosa, forse di un castigo, e nonostante i pesanti mantelli di lana
grezza tremavano di freddo. Mi venne in mente la mia giovinezza,
le botte agli studenti pigri che sprecavano i colori costosi,
le bastonate a sangue sulle piante dei piedi.
Entrammo in una stanza calda. Vidi due apprendisti comodamente
seduti sulle ginocchia, ma non erano i maestri dei miei sogni,
erano giovani che avevano appena concluso il loro tirocinio.
Questa stanza che un tempo suscitava in me tanto rispetto ed entusiasmo,
non sembrava pi il grande laboratorio di un ricco sultano;
i grandi maestri che portavano i soprannomi inventati da
Maestro Osman ormai lavoravano a casa, e il laboratorio ricordava
la grande stanza di un caravanserraglio sperduto tra le montagne
d'Oriente.
Maestro Osman, che rivedevo per la prima volta dopo quindici
anni davanti a un tavolino l accanto, sembrava un'ombra, un
fantasma. Ogni volta che, nel corso dei miei viaggi, sognavo di disegnare,
mi appariva nella luce bianca di neve della finestra che
dava su Santa Sofia, aveva le fattezze del grande Behzat, e con il
suo abito bianco sembrava uno spirito dell'aldil. Gli baciai la mano
coperta di nei e gli ricordai chi ero. Gli raccontai che mio zio
mi aveva portato qui da bambino, ma io avevo preferito la penna
e me n'ero andato trascorrendo poi anni nelle citt d'Oriente come
scrivano di pasci e di governatori. Insieme a Serhat Pasci e
ad altri, a Tabriz, avevo conosciuto calligrafi e miniaturisti e avevo
fatto preparare dei libri; ero stato a Baghdad e ad Aleppo, a
Van e a Tiblisi, e avevo visto tante guerre.
Ah, Tiblisi! - disse il grande maestro guardando la luce che
filtrava dal giardino innevato attraverso la tela cerata della finestra. -
Star nevicando anche l?
Si comportava come i maestri persiani di una volta che diventavano
ciechi man mano che diventavano pi abili, e che, dopo una
certa et, conducevano una vita mezza da santi e mezza da rimbambiti
narrando infinite leggende, ma dai suoi occhi intelligenti
riuscii a capire che odiava mio zio in maniera violenta e non si fidava
neanche di me. In ogni modo, gli raccontai che nei deserti
d'Arabia la neve scende anche sui ricordi, non come qui solo su
Santa Sofia. Quando nevica sulla rocca di Tiblisi, le donne che lavano
i panni cantano canzoni piene del colore dei fiori e i bambini
nascondono i gelati sotto i cuscini per poi mangiarli d'estate.
Raccontami, nei paesi dove sei stato, i miniaturisti e i pittori
cosa dipingono, cosa disegnano?, mi domand.
Il giovane miniaturista sognante che in un angolo tracciava contorni
perduto nei suoi sogni, alz la testa e mi guard insieme agli
altri come per dire: adesso raccontaci la favola pi vera. A costoro,
persone che in gran parte non sapevano neanche chi fosse il
droghiere del loro quartiere, n quanto costasse un'okka di pane,
raccontai gli ultimi pettegolezzi che venivano da Oriente, dalle terre
di Persia. Perch io venivo da l, dall'Oriente, dalle terre di Persia
dove gli eserciti combattevano, i principi si sgozzavano a vicenda
e saccheggiavano e incendiavano le citt, dove della guerra
e della pace si parlava ogni giorno, dove da secoli si scrivevano le
poesie pi belle e si facevano le miniature ed i disegni pi belli.
Negli ultimi anni della sua vita Sci Tahmasp, che come sapete
regn per cinquantadue anni, aveva dimenticato il suo amore
per i libri, la miniatura e il disegno, aveva voltato le spalle a poeti,
miniaturisti e calligrafi e si era dato al culto. Quando mor gli
succedette il figlio Ismail, - dissi. - Il nuovo sci, tenuto in prigione
per vent'anni dal padre, del quale conosceva il carattere irascibile
e litigioso, appena salito al trono impazz e si liber dei fratelli,
sgozzandone alcuni e accecandone altri. Ma i suoi nemici, alla
fine, lo avvelenarono con l'oppio e fecero salire al trono Muhammet
Hdabende, il fratello maggiore debole di mente. Durante il suo regno
si ribellarono tutti, i principi, i fratelli, i governatori, gli uzbechi,
si fecero guerra tra di loro e con il nostro Serhat Pasci, cos
che le terre di Persia furono divise e devastate. L'attuale sci,
squattrinato, stupido e mezzo cieco non ha avuto la forza di far
scrivere libri, n di farli illustrare. Cos, quei leggendari miniaturisti
di Kazvin e di Herat, tutti gli anziani maestri che crearono
meraviglie nel laboratorio di Sci Tahmasp e i loro apprendisti, i
pittori che facevano correre i cavalli al galoppo e volare le farfalle
dalle pagine, i maestri del colore, tutti quei rilegatori, i pi esperti
calligrafi sono rimasti senza lavoro, senza soldi e addirittura senza
tetto. Chi  immigrato a Nord tra gli uzbechi, chi in India, chi
qui a Istanbul. Qualcuno ha cambiato lavoro consumando se stesso
e il proprio onore. Qualcuno ha cominciato a lavorare a libri
grandi come il palmo di una mano in cui c'erano al massimo tre,
quattro pagine disegnate, su commissione di piccoli principi,
tutti nemici tra loro, o di governatori. E cos, in ogni dove si sono
diffusi libri di poco valore, scritti velocemente e disegnati senza
cura per il piacere di semplici soldati, pasci grossolani e principi
viziosi.
A quanto si vendono?, chiese Maestro Osman.
Si dice che il grande Maestro Sadiki abbia disegnato uno Strane
creature commissionato da un cavaliere uzbeco per sole quaranta
monete d'oro. Nella tenda di un pasci che tornava ad Erzurum dopo
un viaggio in Oriente, vidi una raccolta di disegni osceni tra i
quali alcuni usciti dalla mano di Maestro Siyavus. Qualche grande
maestro che non riesce a non disegnare fa singoli disegni che
appartengono a un libro, a una storia, e li vende. Quando guardi
quel singolo disegno non ti chiedi a che storia, a che scena appartenga,
lo guardi solo per il disegno in s, per il piacere di ammirarlo,
dici, per esempio, questo  come un cavallo vero, che bello,
e paghi il pittore per questo. Sono molto richiesti i disegni di guerra
e quelli in cui la gente scopa. Una scena affollata di guerra  arrivata
fino a trecento ake e non la ordina quasi nessuno. C' chi,
per tenere i prezzi bassi, disegna in bianco e nero senza usare il colore,
su carta grezza.
Avevo un doratore tanto felice e dotato di grande talento, -
disse Maestro Osman. - Lavorava con una tale finezza che lo chiamavamo
Raffinato Effendi. Ma anche lui ci ha lasciati e se n' andato.
Sono ormai sei giorni che non lo vediamo.  scomparso.
Ma come si fa a lasciare questo laboratorio, questa lieta casa
paterna e ad andarsene via?, domandai.
I quattro giovani maestri che ho cresciuto di persona fin
dall'apprendistato, Farfalla, Oliva, Cicogna e Raffinato, ormai lavorano
agli ordini del Nostro Sultano, disse Maestro Osman.
In apparenza questo era per farli lavorare meglio per il srname
a cui si interessava tutto il laboratorio. Questa volta il sultano
non aveva fatto preparare un angolo speciale nel cortile del Palazzo
per i maestri miniaturisti che avrebbero preparato il libro speciale,
aveva ordinato loro di lavorare a casa. Restai in silenzio a riflettere
che l'ordine poteva essere stato dato per il libro di mio zio.
Ma perch Maestro Osman parlava in maniera cos allusiva?
Nuri Effendi, - chiam un miniaturista gobbo e pallido. -
Illustra la situazione a Nero Effendi!
Quella della situazione era la cerimonia che si faceva ogni due
mesi, durante le visite del Nostro Sultano al laboratorio, quando
lui seguiva da vicino e con entusiasmo i progressi del laboratorio.
Al sultano, accompagnato dal capo Tesoriere Hazim, dal capo poeta
di corte Lokman e dal capo miniaturista Maestro Osman, veniva
spiegato a quali pagine di quali libri stavano lavorando i maestri
del laboratorio, chi faceva una certa doratura, chi colorava un certo
disegno, uno ad uno tutti i lavori dei maestri del colore, dei contorni,
dei doratori, degli abili miniaturisti dai mille talenti.
Ormai questa cerimonia non si teneva pi perch l'autore di
molti libri illustrati, il capo poeta di corte Lokman Effendi, era
vecchio e non usciva di casa, il capo miniaturista Osman era scomparso
tra i fumi del risentimento e della rabbia, e i quattro maestri
noti come Farfalla, Oliva, Cicogna e Raffinato lavoravano a
casa, e poi, nel laboratorio, il Nostro Sultano non si entusiasmava
pi come un bambino; mi rattrist vedere questo surrogato di cerimonia.
Come accade a molti miniaturisti, Nuri Effendi era invecchiato
invano, senza vivere la sua vita e senza diventare maestro,
ma non invano si era piegato sul tavolo ed era diventato gobbo.
Aveva sempre fatto attenzione a quello che succedeva nel
laboratorio, a chi faceva una pagina bella.
Cos, pieno d'entusiasmo, guardai per la prima volta le leggendarie
pagine del surname che raccontavano le feste di circoncisione
dei figli del Nostro Sultano. Gi nella lontana Persia avevo sentito
di questa festa di circoncisione durata cinquantadue giorni a
cui aveva preso parte tutta Istanbul, uomini di tutti i mestieri, di
tutte le corporazioni, avevo gi avuto notizia del libro che raccontava
la festa mentre ancora vi si lavorava.
Nel primo disegno che mi venne mostrato, il Nostro Grande Sultano
era seduto con orgoglio nel bovindo del palazzo del compianto
Ibrahim Pasci e contemplava con sguardo benevolo i festeggiamenti
che si svolgevano gi nell'Ippodromo. Anche se il suo volto
non aveva nulla che lo distinguesse dagli altri, era disegnato con cura
e rispetto. Nella pagina destra del disegno - il Nostro Sultano era
sulla sinistra - alle finestre, sotto le arcate, c'erano visir, pasci,
ambasciatori persiani, tartari, europei e veneziani. Tutti avevano gli
occhi - occhi disegnati in fretta, senza cura, e privi di un obiettivo,
a differenza di quelli del sultano - puntati sul movimento nella piazza.
Negli altri disegni vidi che la stessa sistemazione e la stessa
organizzazione si ripetevano, come le decorazioni sui muri, gli alberi
e le tegole, e che, bench disegnati in maniera e con colori diversi,
erano tutti uguali. Una volta che i calligrafi avessero completato le
iscrizioni, finiti i disegni e rilegato il surname, un lettore, sfogliandone
le pagine, sotto lo sguardo sempre identico del sultano avrebbe
visto sempre la stessa piazza, e sotto lo sguardo della folla di invitati,
ogni volta un movimento diverso tra colori diversi.
Lo vidi anch'io. Vidi quelli che ghermivano il riso dalle centinaia
di ciotole messe nell'Ippodromo e quelli che si spaventavano
per i conigli, gli uccelli che uscivano dal bue arrostito durante il
saccheggio. Vidi maestri stagnini che passavano su un carro con
tutta la corporazione davanti al Nostro Sultano, avevano steso uno
di loro e sul suo petto nudo avevano posto un'incudine e battevano
il rame senza mai toccare l'uomo con i martelli. Vidi vetrai che
ricamavano garofani e cipressi sul vetro mentre passavano coi carri
davanti al sultano; venditori di dolci che declamavano dolci poesie
mentre passavano con sacchi e sacchi di dolciumi caricati sui
cammelli e pappagalli di zucchero dentro le gabbie; vecchi fabbricanti
di serrature che nei carri ne esponevano di diversi tipi, con
ganci, chiavistelli e con i denti, e passavano lamentandosi della
bruttezza dei nuovi tempi e delle nuove porte. Nel disegno che
mostrava i giocolieri c'era la mano dei maestri, di Farfalla, Cicogna
e Oliva. Un giocoliere faceva rotolare delle uova su un palo
senza farle cadere come se fossero su una grande lastra di marmo
e un altro suonava il tamburello. L'ammiraglio Kili Al Pasci aveva
costretto gli infedeli catturati in mare e resi schiavi a costruire
una montagna di fango e li aveva caricati tutti su un carro, poi,
proprio davanti al sultano aveva fatto esplodere la polvere da sparo
dentro la montagna, dimostrando cos di aver distrutto il paese
degli infedeli con i suoi cannoni. Vidi tutto questo cos come
era nel disegno. Vidi macellai senza barba n baffi, con visi da donna,
vestiti di rosa e di viola che, con la mannaia in mano, sorridevano
ai montoni scuoiati che pendevano rosei dal gancio. Il leone
portato in catene davanti al sultano aveva gli occhi rossi dalla rabbia
perch era stato irritato e preso in giro, gli spettatori applaudivano
i guardiani mentre, nella pagina seguente, un personaggio
che rappresentava l'Islam cacciava il maiale rosa e grigio che rappresentava
gli infedeli. Dopo aver guardato a lungo anche il disegno
del barbiere appeso a testa in gi al soffitto della sua bottega
che faceva barba e capelli al suo cliente e quello del garzone vestito
di rosso che aspettava la mancia porgendo al cliente specchio
e sapone profumato in un contenitore d'argento, domandai chi fosse
quel meraviglioso miniaturista.
 importante che il disegno con la sua bellezza chiami l'uomo
alla ricchezza della vita, all'amore, al rispetto per i colori dell'universo
creato da Allah, al pensiero interiore ed alla fede. L'identit
dell'autore non  importante.
Nuri Effendi era molto pi raffinato di quanto pensassi e si
comportava prudentemente perch aveva capito che mio zio mi
aveva mandato a indagare, o ripeteva le parole di Maestro Osman?
Queste dorature le aveva fatte tutte Raffinato Effendi? - gli
chiesi. - Chi fa le dorature al suo posto adesso?
Dalla porta aperta verso il cortile interno cominciarono ad arrivare
urla, grida di bambini. Presumibilmente, una delle squadre
bastonava le piante dei piedi ai novizi che avevano nascosto polvere
di granata o lamine d'oro in un foglio, probabilmente a quei
due che poco fa aspettavano fuori, tremando di freddo. I giovani
miniaturisti che non vedevano l'ora di distrarsi corsero alla porta
per vedere cosa stesse accadendo.
Speriamo che, mentre i novizi finiscono di colorare di rosa il
terreno della piazza come ha ordinato il nostro Maestro Osman,
nostro fratello Raffinato Effendi torni da dove  andato e finisca la
doratura di queste due pagine, - disse prudentemente Nuri Effendi.
- Maestro Osman ha chiesto a Raffinato Effendi di colorare il
terreno dell'Ippodromo ogni volta di un colore diverso. Rosa, verde
indiano, giallo zafferano o merda d'oca. Perch l'occhio che guarda
capisce fin dal primo disegno che quella  la piazza e va bene che
sia color terra, ma al secondo, al terzo disegno, per distrarsi, vuole
altri colori. La miniatura si fa per rallegrare la pagina.
In un angolo notammo un foglio disegnato lasciato da un apprendista.
Stava lavorando a un disegno di una sola pagina, era un
elogio della vittoria che mostrava la flotta che andava in guerra, e
udendo le urla dei suoi amici con le piante dei piedi spaccate dalle
bastonate era andato a vedere. La flotta era fatta di navi tutte
uguali, disegnate passando e ripassando un unico stampo, non galleggiava
assolutamente sul mare, ma questa temporaneit e la mancanza
di vento nelle vele non dipendevano dallo stampo ma dall'incapacit
del giovane miniaturista. Fu triste vedere che il modello
era stato ritagliato selvaggiamente da un vecchio libro che
non riuscivo a capire quale fosse o da una raccolta calligrafica.
Evidentemente Maestro Osman non badava pi a molte cose.
Quando fu il turno del suo tavolo di lavoro, Nuri Effendi disse
con orgoglio che la doratura del monogramma del sultano a cui
lavorava da tre settimane era finita. Guardai con rispetto il monogramma
e la doratura fatta su un foglio vuoto perch non si capisse
a chi e per quale motivo veniva inviato. In Oriente vidi molti
pasci irascibili rinunciare alla ribellione alla sola vista della nobile
e forte bellezza del monogramma del sultano.
Poi vedemmo le ultime meraviglie finite e lasciate dal calligrafo
Cemal, e per non dare ragione ai nemici del colore e della miniatura
che sostengono che la vera arte  quella della calligrafia e la
miniatura solo un pretesto per metterla in evidenza, passammo velocemente
oltre.
Nasir, esperto di contorni, cercando di restaurarla, stava rovinando
una pagina di un Hamse(1) di Nizami che risaliva ai tempi dei
figli di Tamerlano, il disegno rappresentava il momento in cui Cosroe
vedeva Sirin nuda mentre si bagnava.
Un vecchio maestro novantaduenne e mezzo cieco che non aveva
nulla da raccontare se non che sessant'anni prima, a Tabriz,
aveva baciato la mano a Maestro Behzat e che, allora, il grande e
leggendario maestro era cieco e ubriaco, ci mostr con mani tremanti
i fregi della scatola di matite che avrebbe finito di l a tre
mesi per donarla al Nostro Sultano in occasione dei festeggiamenti
per il bayram.
Tutto il laboratorio con i suoi quasi ottanta miniaturisti,
studenti e apprendisti che lavoravano nelle piccole celle delle stanze
del piano di sotto, era immerso nel silenzio. Era il silenzio che segue
le punizioni e che in passato avevo ascoltato tante volte; a volte
era rotto da una risata nervosa o da uno scherzo, a volte da un
paio di singhiozzi e da un sospiro represso prima del pianto che facevano
ricordare ai maestri miniaturisti le botte ricevute da apprendisti.
Il maestro novantaduenne mezzo cieco, per un attimo,
mi fece sentire qualcosa di pi profondo, il fatto che qui, lontano
da guerre e devastazioni, tutto stava per finire. Subito prima del
Giorno del Giudizio ci sar questo silenzio.
La miniatura  il silenzio della mente, la musica dell'occhio.
Mentre baciavo la mano di Maestro Osman per salutarlo, provai
grande rispetto e allo stesso tempo qualcosa di molto diverso,
che mi turb: una forma di pena mescolata all'ammirazione che si
prova per un santo, uno strano senso di colpa. Forse perch mio
zio, che desiderava imitare lo stile dei maestri europei, di nascosto
od apertamente, era un suo rivale.
Nello stesso istante decisi che era l'ultima volta nella vita che
avrei visto il grande maestro e, con l'ansia di piacergli e di rallegrarlo,
gli domandai: Grande Maestro, Mio Signore, cosa distingue
un vero miniaturista da un miniaturista qualunque?
Pensavo che il Maestro fosse abituato a questo tipo di domande
un po' adulatorie, mi avrebbe dato una risposta superficiale e
mi avrebbe poi dimenticato completamente.
Non c' un unico criterio che distingue il vero miniaturista
dal miniaturista incapace e senza fede, - rispose con aria seria. -
Cambia a seconda delle epoche. Sono importanti la moralit e la
capacit del miniaturista di far fronte alle cattiverie che minacciano
la nostra arte. Oggi, per capire quanto sia speciale un miniaturista,
io gli chiederei tre cose.
Quali?
Se si adegua ai nuovi costumi e si lascia influenzare da cinesi
ed europei e insiste a dire, ah, voglio avere un mio metodo personale
di disegno, un mio stile. Se come miniaturista vuole avere
un'affettazione, un'aria, e se cerca di dimostrare questo suo desiderio
mettendo la firma in un angolo della sua opera come i maestri
europei. Ecco, per capire, gli chiederei per prima cosa dello
stile e della firma.
E poi?, chiesi rispettosamente.
Poi vorrei sapere cosa prova questo miniaturista pensando
che, una volta morti gli sci e i sultani che ci ordinano i libri, questi
volumi passeranno in altre mani, andranno fatti a pezzi e i nostri
disegni verranno usati in altri libri.  una cosa delicata che
non si pu impedire n rattristandosi n rallegrandosi. Perci al
miniaturista avrei chiesto del tempo. Il tempo della miniatura e il
tempo di Allah. Hai capito, figliolo?
No. Ma non glielo dissi e domandai: E per terza?
Terza viene la cecit!, disse il grande maestro, il capo
miniaturista Osman, e rimase zitto come se avesse espresso un
concetto ovvio, da non richiedere commento.
In che senso la cecit?, chiesi imbarazzato.
La cecit  silenziosa. Se tu unisci il primo e il secondo punto
che ti ho detto poco fa appare la cecit. Il luogo pi profondo
della miniatura  vedere quello che appare nel buio di Allah.
Rimasi in silenzio, uscii fuori. Scesi senza fretta per le scale
ghiacciate. Sapevo che avrei posto le tre grandi domande del grande
maestro a Farfalla, a Oliva e a Cicogna, non solo per entrare in
argomento, ma per capire questi miei coetanei divenuti leggendari
gi in vita.
Ma non andai subito a casa dei maestri miniaturisti. Incontrai
Esther in un nuovo mercato, vicino al quartiere ebreo, affacciato
sulla collina alla confluenza tra Corno d'Oro e Bosforo. In mezzo
a serve che facevano la spesa, donne dei quartieri poveri con larghi
caftani sbiaditi, tra la folla concentrata su carote, mele cotogne,
cipolle e mazzi di ravanelli, Esther con l'abito rosa da ebrea che era
costretta ad indossare, vivace e corpulenta, con la bocca sempre aperta
e gli occhi che roteavano, le sopracciglia in movimento per mandare segnali,
era sempre esuberante.
Si infil nei salvar la lettera che le diedi con gesto veramente
misterioso e abile, come se tutta la gente del mercato ci stesse spiando.
Disse che Sekre mi pensava. Prese la sua mancia e quando le
raccomandai: Portagliela in fretta, indic il suo fagotto, facendomi
capire di avere ancora molto da fare e che avrebbe portato la
lettera a Sekre solo verso mezzogiorno. Le dissi di informare Sekre
che sarei andato a trovare i tre grandi giovani maestri.

Note.

1. Letteralmente cinque; si tratta di un componimento poetico composto
da cinque mesnevi. Il primo esempio di Hamse nella letteratura
persiana  quello di Nizami.
...
Capitolo dodicesimo. Mi chiamano Farfalla.

Poco prima della preghiera di mezzogiorno suonarono alla porta,
andai a vedere: era Messer Nero. Quando ero apprendista, per
un certo periodo era stato dei nostri. Ci abbracciammo e ci baciammo.
Stupito, stavo per chiedergli se portasse notizie di suo zio
quando disse che voleva vedere i miei disegni, le mie tavole, che
era venuto in amicizia e mi avrebbe fatto una domanda da parte
del Nostro Sultano.
Dissi, va bene. Che domanda mi tocca? Me lo disse. Va bene!

LO STILE E LA FIRMA.

Finch crescer il numero di coloro che non disegnano per il piacere
dell'occhio e la fede, ma per il denaro e la fama, vedremo molte
cose brutte e molta avidit dovute alla preoccupazione di possedere
uno stile ed apporre una firma. Non lo ripetevo perch ci credevo
ma perch andava fatto: il vero talento e la vera arte non si
guastano neanche con la brama di oro e di fama. Anzi, a dire il vero,
come nel mio caso, il denaro e la fama sono diritti di chi ha talento
e lo stimola. Ma se lo dicessi, i miniaturisti mediocri, quelli
che muoiono di gelosia, mi darebbero addosso per essermi sbilanciato
troppo e mi toccherebbe disegnare un albero su un chicco di
riso per dimostrare che amo il lavoro pi di quanto non lo amino
loro. So bene che lo stile e questa brama di firma e personalit sono
arrivati dall'Oriente, per l'influenza di alcuni poveri maestri cinesi
traviati e ingannati da disegni occidentali portati da preti gesuiti,
sono ormai qualcosa di molto vicino. A questo proposito, vorrei
raccontarvi tre storie, in modo da trarne una lezione:

TRE ESEMPI DI STILE E DI FIRMA.

Alif.

C'era una volta un giovane khan amante della miniatura e della
pittura che viveva nella sua fortezza tra le montagne a Nord di
Herat. Il khan amava solo una donna del suo harem. E la bellissima
ragazza tartara di cui era pazzo ricambiava il suo amore. Si amavano
sudando come matti fino all'alba ed erano tanto felici da desiderare
che la loro vita continuasse sempre cos. Scoprirono che la
via migliore per realizzare questo loro desiderio era aprire i libri e
guardarli per ore ed ore, giorni e giorni, guardare senza mai fermarsi
i perfetti e meravigliosi disegni dei vecchi maestri. Guardando i
disegni perfetti delle favole che si ripetevano senza mai cambiare
sentivano che il tempo si fermava e la loro felicit si confondeva
con il tempo beato del periodo d'oro narrato dalla favola. Nel laboratorio
di miniatura del khan c'era un miniaturista, maestro dei
maestri, che riproduceva gli stessi disegni per le pagine degli stessi
libri con la stessa perfezione. Per sua abitudine, quando disegnava
su una pagina le pene d'amore di Ferhat per Sirin, gli sguardi
ammirati e nostalgici di Mejnun e Leyla che si incontrano,
Cosroe e Sirin che si fissano con sguardi espressivi e pieni di significato
nel paradisiaco giardino da fiaba, al posto degli innamorati il maestro
disegnava il khan e la bella tartara. Quando il khan e la sua
amata osservavano queste pagine pensavano veramente che la loro
felicit non avrebbe mai avuto fine e riempivano il maestro di oro
e di lodi. Alla fine, quest'abbondanza di oro e complimenti travi
il maestro che, con lo zampino di Satana, dimentic di dovere la
sua perfezione agli antichi maestri e credette, orgoglioso, che se vi
avesse messo qualcosa della sua personalit i disegni sarebbero piaciuti
di pi. Invece, il khan e la sua amata accolsero queste novit,
le tracce dello stile personale del miniaturista, come difetti, e se ne
dispiacquero. Quando il khan sent che la loro felicit di un tempo
nei disegni che guardavano tanto a lungo qua e l si era guastata,
innanzitutto divenne geloso della bella tartara, perch veniva disegnata
sempre per prima sulle pagine. Poi, per far ingelosire la bella
tartara fece l'amore con un'altra concubina. Quando la bella tartara
lo venne a sapere dai pettegoli dell'harem, si rattrist talmente
che si impicc in silenzio a un cedro nel cortile dell'harem. E il
khan, resosi conto del suo errore e capito che dietro tutta la faccenda
c'era la brama di stile del miniaturista, quello stesso giorno
fece accecare il maestro traviato da Satana.

Ba.

C'era una volta, in un paese d'Oriente, un anziano e felice re
appassionato di miniatura che viveva felicemente con la sua bellissima
nuova sposa cinese. Nel tempo, i cuori dell'avvenente figlio
di primo letto del re e della giovane moglie si avvicinarono. Il
figlio, terrorizzato dall'idea di tradire il padre, vergognandosi del
suo amore proibito, si chiuse nel laboratorio e si dedic alla pittura.
Dato che disegnava con tristezza e con la forza dell'amore, i
suoi disegni erano cos belli che guardandoli non si riusciva a distinguerli
da quelli degli antichi maestri e suo padre il re ne era
molto orgoglioso. La giovane moglie cinese guardava i disegni e diceva:
S,  molto bello! Ma passeranno gli anni, e se non mette
la sua firma nessuno sapr che l'autore di questa meraviglia  lui.
E il re diceva: Se mio figlio firma, non si appropria ingiustamente
di un disegno fatto imitando gli antichi maestri? E poi, firmare,
non sarebbe come affermare che il disegno porta il suo difetto?
La moglie cinese, resasi conto di non poter convincere l'anziano
marito, riusc a persuadere dei suoi ragionamenti sulla firma il figlio
chiuso nel laboratorio. Ferito nell'orgoglio per aver dovuto
seppellire il suo amore, il figlio volle credere all'idea della sua giovane
e bella matrigna e, con lo zampino di Satana, appose la sua
firma in un angolo di un disegno, un angolo che pensava non si vedesse
assolutamente, tra l'erba e il muro. Il primo disegno che
firm era una scena tratta dal Cosroe e Sirin. Si sa, dopo il matrimonio
con Sirin, Siruye, figlio di primo letto di Cosroe, si innamora
di lei e una notte entra dalla finestra e conficca il pugnale nel
cuore del padre che le dorme accanto. Ecco, mentre l'anziano re
guard la scena disegnata dal figlio, all'improvviso intu un difetto,
aveva visto la firma, ma come cpita a molti di noi, non si rese
conto di averla proprio vista, ebbe solo la sensazione di aver visto
un disegno difettoso. Dato che non era nello stile degli antichi
maestri, l'anziano re si agit. Questo significava che il volume
che leggeva non raccontava una storia, una leggenda, ma qualcosa
di meno adatto a un libro, una verit. Quando il vecchio lo intu,
ebbe paura. E in quello stesso istante, come nel disegno, il figlio
miniaturista entr dalla finestra e senza guardare gli occhi del
padre sbarrati per la paura, conficc il pugnale, grande come quello
del disegno, nel petto del padre.

Gim.

Nella sua opera storica, RaSidddin di Kazvin scrive con piacere
che duecentocinquant'anni fa, a Kazvin, la decorazione dei libri,
la calligrafia e la miniatura erano le arti pi stimate ed amate. Lo sci
allora al trono, che dominava quaranta paesi, da Bisanzio fino alla
Cina (l'amore per la miniatura pu essere il segreto di questo grande
potere), purtroppo non aveva un figlio maschio. Quando lo sci
decise di dare in moglie la sua bella figlia ad un intelligente miniaturista,
perch i paesi conquistati non si dividessero, organizz una
gara tra i tre grandi giovani maestri scapoli del suo laboratorio. A
quanto racconta RaSidddin, le regole della gara erano molto semplici:
vince chi fa il disegno pi bello! Dato che, proprio come
Rasidddin, anche i giovani miniaturisti sapevano che questo significava
disegnare come gli antichi maestri, tutti e tre disegnarono
la scena pi amata. In un giardino paradisiaco, tra cipressi e cedri,
conigli timidi e rondini in volo, una bella fanciulla con gli occhi fissi
a terra soffriva le pene d'amore. Colui che pi voleva emergere
tra i tre che, l'uno all'insaputa dell'altro, proprio come gli antichi
maestri, fecero lo stesso disegno, per appropriarsi della bellezza del
disegno nascose la sua firma nel luogo pi segreto, tra i narcisi. Ma
per questa insolenza, che lo allontan dalla modestia degli antichi
maestri, venne cacciato da Kazvin ed esiliato in Cina. Cos si fece
una seconda gara tra gli altri due maestri. Questa volta, entrambi
fecero un disegno bello come una poesia, che mostrava una bella fanciulla
in un giardino meraviglioso, a cavallo. Uno dei due miniaturisti
aveva disegnato uno strano naso al bianco destriero della fanciulla
dai lineamenti orientali, non si capiva se l'avesse fatto apposta
o per errore, ma il particolare venne notato da padre e figlia come
un difetto. Il miniaturista non aveva apposto la sua firma, ma per
far risaltare il suo meraviglioso disegno aveva abilmente messo un
difetto al naso del cavallo. Il difetto  la madre dello stile, disse lo
sci, e mand il miniaturista in esilio a Bisanzio. Secondo l'enorme
volume di RaSidddin di Kazvin, mentre fervevano i preparativi per
le nozze tra la figlia dello sci e l'abile maestro che aveva disegnato
senza firmare e senza un difetto, proprio come gli antichi maestri,
accadde dell'altro. Alla vigilia delle nozze, la figlia dello sci pass
la giornata a guardare tristemente il disegno fatto dal giovane ed
avvenente maestro che l'indomani sarebbe diventato suo sposo.
Mentre scendeva il buio della sera, and dal padre e gli disse: Nei loro
meravigliosi disegni, gli antichi maestri disegnavano le belle fanciulle
come cinesi e questa  una regola immutabile che viene dall'Oriente,
 giusto. Ma quando ne amavano una, lasciavano un segno, qualcosa
della loro amata sulle sopracciglia, sugli occhi, sulle labbra, sui
capelli, sul sorriso, sulle ciglia della donna disegnata. Questo difetto
segreto sistemato nei disegni era il segno del loro amore, lo potevano
trovare solo loro e le loro amate. Ho guardato tutto il giorno
il disegno della bella fanciulla a cavallo, caro padre, e in lei non vi 
segno di me! Questo miniaturista  forse un grande maestro,  giovane
ed avvenente, ma non mi ama. Cos lo sci annull immediatamente
le nozze e padre e figlia vissero insieme per tutta la vita.

Allora, secondo questa terza storia, il difetto che d origine a
quello che chiamiamo stile, si rivela da un segno segreto nel viso,
negli occhi e nel sorriso della bella di cui  innamorato il miniaturista,
domand Nero con un atteggiamento gentile e rispettoso.
No, - dissi con aria fiera e sicuro di me. - Alla fine, quel che
passa nel disegno della fanciulla che ama, non  pi un difetto ma
diventa regola. Dopo un po' tutti cominciano a imitare il maestro
e disegnano i volti delle fanciulle uguali a quello.
Rimanemmo un po' in silenzio. Quando vidi Nero che aveva
ascoltato attentamente le mie tre storie, distratto dai rumori che
faceva mia moglie camminando nella stanza accanto e nell'anticamera,
cominciai a fissarlo negli occhi.
La prima storia dimostra che lo stile  un difetto, - dissi. - La
seconda che il disegno perfetto non ha bisogno di firma. E la terza,
unisce i concetti della prima e della seconda e dimostra che la
firma e lo stile non sono altro che una stupida e insolente vanit.
Ma cosa capiva della miniatura quest'uomo a cui stavo dando
una lezione? Gli dissi: Hai capito dalle mie storie chi sono?
S, l'ho capito, rispose, ma non sembrava affatto convinto.
Non cercate di capirmi attraverso il suo sguardo e la sua percezione,
ve lo dico direttamente io chi sono. Sono capace di fare
qualsiasi cosa. Disegno e coloro, divertendomi e ridendo come gli
antichi maestri di Kazvin. Sono migliore degli altri e lo dico con
il sorriso. E non ho assolutamente nulla a che fare con la scomparsa
di Raffinato Effendi, motivo per cui Nero  venuto qui, se
le mie intuizioni sono giuste.
Nero mi chiese come si conciliavano il matrimonio e l'arte.
Lavoro molto e lo faccio con piacere. Mi sono appena sposato
con la pi bella ragazza del quartiere. Quando non dipingo facciamo
l'amore come matti. Poi torno al mio lavoro. Ma non gli risposi
in questo modo. Gli dissi che era una questione molto importante.
Gli dissi che se un miniaturista fa meraviglie con il suo
pennello sul foglio, quando giace con sua moglie non pu essere altrettanto
alacre. Ma potrebbe essere vero anche il contrario,
aggiunsi: se il pennello del miniaturista rende felice sua moglie, sul
foglio l'altro pennello non brilla altrettanto. Come tutti coloro che
sono gelosi del talento dei miniaturisti, anche Nero credette a queste
bugie e se ne rallegr.
Mi disse che voleva vedere le ultime pagine che avevo dipinto.
Lo feci sedere al mio tavolo da lavoro, tra colori, calamai, timbri,
pennelli, penne e temperini. Mentre Nero contemplava il disegno
di due pagine che facevo per il surname che rappresentava le cerimonie
della festa di circoncisione del nostro principe, mi sedetti
sul cuscino rosso accanto a lui, e il calore del cuscino mi fece venire
in mente che poco prima, l era seduta mia moglie dalle belle
cosce. Mentre io, con il pennello di canna ero intento a disegnare
la tristezza degli sventurati prigionieri davanti al sultano, la mia
assennata mogliettina teneva in mano la canna della mia virilit.
La scena di due pagine che stavo disegnando raccontava la liberazione,
per grazia del sultano, dei prigionieri finiti in carcere
assieme alle famiglie per non aver pagato i debiti. Avevo sistemato
il sultano accanto a un tappeto coperto da sacchi e sacchi di ake
d'argento, proprio come avevo visto durante la cerimonia. Dietro
di lui avevo messo il Tesoriere con in mano il quaderno da cui leggeva
le registrazioni dei debiti, avevo disegnato i prigionieri legati
tra loro con catene e pastoie, tristi e dolenti davanti al sultano,
con le sopracciglia corrugate, scuri in volto, alcuni con le lacrime
agli occhi. Avevo fatto gli abiti rossi e i bei volti del suonatore di
liuto e del tamburino che accompagnavano le preghiere, le poesie
dei prigionieri quando il sultano dava loro in dono la borsa che li
avrebbe liberati dalla prigione, e perch il disegno spiegasse bene
il dolore e la vergogna causati dallo sprofondare nei debiti, anche
se non era previsto, vicino all'ultimo dei tristi prigionieri avevo
disegnato sua moglie abbrutita dal turbamento e con un abito viola,
e la bella e triste figlia dai capelli lunghi con un manto scarlatto.
Per fargli capire che dipingere vuol dire amare la vita, stavo
per raccontare a questo Nero dalle sopracciglia corrugate come file
e file di debitori incatenati si estendessero su due pagine, la segreta
logica del rosso nel disegno, quello che gli antichi maestri
non facevano mai, l'uso dello stesso colore per dipingere con amore
il cane nell'angolo e il caftano di raso del sultano, i discorsi fatti
con mia moglie guardando il disegno e le nostre risate, quando
lui mi fece una domanda molto imbarazzante.
Sapevo forse dove poteva essere il povero Raffinato Effendi?
Ma che povero! Non gli dissi che era un imitatore da due soldi,
che faceva dorature solo per denaro, che era uno stupido privo
di ispirazione. No, - dissi. - Non lo so.
Avevo mai pensato che i personaggi aggressivi che girano intorno
al predicatore di Erzurum potevano aver fatto qualcosa di
male a Raffinato Effendi?
Mi trattenni e non gli dissi che senza dubbio anche lui era dei
loro. No, - dissi. - Perch?
La miseria, la peste, l'immoralit, l'indecenza che rendono
Istanbul schiava, si possono spiegare solo con l'allontanamento
dall'Islam di Maometto, Apostolo e Profeta di Allah, con l'acquisizione
di nuove e brutte abitudini e con l'infiltrazione nella nostra
societ dei costumi europei. Lo sostiene anche il predicatore di Erzurum,
ma quando i suoi nemici affermano che i seguaci del predicatore
attaccano i conventi dervisci dove suonano musica e profanano
le tombe dei santi, lo fanno per ingannare il sultano. Ora,
dato che sanno che non sono ostile al santone di Erzurum, come
loro d'altronde, mi chiedono con tatto se sono stato io a uccidere
Raffinato Effendi.
Improvvisamente mi resi conto che queste dicerie erano diffuse
gi da un po' tra i miniaturisti. Adesso, privi di ispirazione e talento,
con grande piacere, spargevano la voce che ero un vile assassino.
Solo perch quello stupido di Nero aveva preso sul serio
le calunnie di questa moltitudine di miniaturisti gelosi, mi venne
voglia di colpire con il calamaio la sua testa circassa.
Nero contempla la mia stanza da lavoro imprimendosi nella memoria
tutto quel che vede; guarda attentamente le mie lunghe forbici
per tagliare la carta, le tazze piene di orpimento, le vaschette
dei colori, la mela che lavorando ogni tanto mordevo, il bricco del
caff accanto al focolare, le tazzine da caff, i cuscini, la luce che
filtra dalla finestra socchiusa, lo specchio che uso per controllare
la disposizione della pagina, i miei camici e la cintura rossa di mia
moglie, l, nell'angolo, come un segno del peccato, le era caduta
mentre usciva di fretta sentendo bussare alla porta.
Anche se gli nascondo i miei pensieri, consegno ai suoi sguardi
impavidi e aggressivi i miei disegni e questa stanza in cui vivo. Lo
so, il mio orgoglio vi meraviglier tutti, ma sono io il miniaturista
che guadagna di pi e questo vuol dire che sono il migliore! Perch
Allah ha voluto che la miniatura sia un divertimento e faccia vedere
a chi sa guardare che anche il mondo  un divertimento.
...
Capitolo tredicesimo. Mi chiamano Cicogna.

Era l'ora della preghiera di mezzogiorno. Bussarono alla porta,
andai ad aprire e vidi che era il Nero della mia infanzia. Ci abbracciammo.
Aveva freddo, lo invitai dentro, non gli chiesi neanche
come avesse fatto a trovare la casa. Pensai che l'avesse mandato
da me suo zio per sapere perch Raffinato Effendi era
scomparso e dove fosse. Ma non era venuto solo per questo,
portava anche notizie di Maestro Osman, e disse di avere una domanda
da farmi. Maestro Osman aveva detto che  il tempo che
distingue il vero miniaturista dagli altri. Il tempo della miniatura.
Cosa ne pensavo? Ascoltatemi.

LA MINIATURA E IL TEMPO.

Come tutti sanno, una volta, i miniaturisti dell'Islam, e tra loro
anche gli antichi maestri arabi, guardavano il mondo come lo
guardano oggi gli infedeli europei e disegnavano tutto guardando
dal luogo dove stavano, il vagabondo e il cane per strada, o il commesso
e i sedani nel negozio. Non conoscevano la prospettiva di
cui si vantano oggi gli arroganti maestri europei e questo rendeva
il loro mondo noioso e limitato come lo vedevano il cane e il sedano.
Poi accadde qualcosa e il mondo della nostra miniatura cambi.
Vi racconter tutto dall'inizio.

TRE STORIE SULLA MINIATURA E SUL TEMPO.

Alf.

Trecentocinquant'anni fa, quando Baghdad cadde nelle mani
dei mongoli e venne saccheggiata impietosamente in un freddo
giorno di febbraio, Ibni Sakir era il calligrafo pi famoso ed esperto
del mondo arabo, come di tutto l'Islam. Per quanto fosse giovane,
nelle biblioteche di Baghdad, famose in tutto il mondo, vi
erano ben ventidue volumi - per la maggior parte Corani - scritti
da lui. Certo che questi libri avrebbero vissuto fino al giorno del
giudizio, Ibni Sakir viveva con un'idea del tempo profonda e infinita.
Aveva lavorato stoicamente tutta la notte, alla luce tremante
dei candelabri, all'ultimo di questi libri leggendari di cui oggi non
si sa pi nulla e che in pochi giorni vennero strappati, fatti a pezzi,
bruciati uno ad uno e buttati nelle acque del Tigri dai soldati
del khan mongolo Hulagu. Dare le spalle all'alba e guardare l'occidente,
l'orizzonte, era un metodo che i maestri calligrafi arabi legati
alla tradizione ed all'idea dell'immortalit dei libri usavano da
cinque secoli contro la cecit per far riposare gli occhi e Ibni Sakir,
nel fresco del mattino, sal sul minareto della moschea Halife e dal
balconcino vide tutto quello che avrebbe messo fine a una tradizione
di scrittura che risaliva a cinquecento anni prima. Fu il primo
a veder entrare a Baghdad gli spietati soldati di Hulagu e rimase
in cima al minareto. Vide il saccheggio e la demolizione di
tutta la citt, centinaia di migliaia di persone passate a fil di spada,
l'uccisione dell'ultimo dei califfi dell'Islam che da cinquecento
anni regnavano su Baghdad, le donne violentate, le biblioteche
demolite, decine di migliaia di libri gettati nel Tigri. Due giorni
dopo, mentre, tra il fetore dei cadaveri e le urla di morte,
contemplava il corso del Tigri rosso per il colore dell'inchiostro colato
dai fogli, pens che tutti i libri che aveva scritto con la sua bella
calligrafia erano scomparsi, non erano serviti a fermare questa
terribile strage e questa distruzione, e giur di non scrivere mai
pi. Poi fu preso dalla voglia di esprimere il suo dolore e la disgrazia
che aveva visto con l'arte della pittura, cosa che fino a quel
giorno aveva disprezzato e considerato come una ribellione a Dio,
e disegn tutto quello che vedeva dal minareto su un foglio che
portava sempre con s. Dopo l'invasione mongola, dobbiamo a
questo felice miracolo la forza del disegno islamico che dur trecento
anni, e quel che lo distingue dai disegni di idolatri e cristiani,
il ritrarre l'universo con dolore sincero, guardandolo dall'alto,
da dove lo guarda Allah, e segnando la linea dell'orizzonte. Lo dobbiamo
anche al fatto che, dopo la strage, Ibni Sakir, con i disegni
in mano e la determinazione per la miniatura nel cuore, and verso
il paese da cui venivano gli eserciti mongoli e apprese il disegno
dei maestri cinesi... Cos, fu evidente che l'idea di tempo infinito
che da cinquecento anni era nel cuore dei calligrafi arabi non si
sarebbe realizzata con la calligrafia, ma con il disegno. Il fatto che
alcune pagine illustrate di libri e volumi distrutti e scomparsi siano
finite in altri volumi per continuare a mostrare il mondo di Allah
 la prova della loro vita eterna.

Ba.

In un tempo non tanto lontano n troppo recente - in cui tutto
ripeteva tutto e nessuno si sarebbe accorto dell'esistenza del tempo
se non fosse stato per la morte e la vecchiaia - il mondo veniva
disegnato sempre con le stesse storie e gli stessi disegni, come se il
tempo non esistesse affatto, e il piccolo esercito di Fahir Sci, come
racconta Salim di Samarcanda nella sua breve opera storica, rovin
i soldati di Selahattin Khan. Il trionfatore Fahir Sci, dopo
aver fatto schiavo e torturato a morte Selahattin Khan, come era
tradizione, per prima cosa visit la biblioteca e l'harem della buonanima
per apporvi il suo sigillo. In biblioteca, il suo esperto rilegatore
fece i libri a pezzi, ne mescol le pagine e rileg nuovi volumi,
i suoi calligrafi cambiarono la dicitura l'Invincibile Selahattin
Khan con il nome di Fahir Sci, il Trionfatore, e i suoi
miniaturisti cancellarono il volto gi quasi dimenticato della buonanima
di Selahattin ricamato abilmente sui disegni pi belli dei libri,
sostituendolo con il volto pi giovane di Fahir Sci. Quando
poi Fahir Sci entr nell'harem non ebbe difficolt a riconoscere
subito la donna pi bella, ma dato che era una persona fine che si
intendeva di libri e miniatura, invece di possederla con la forza,
decise di persuaderla e le parl. Cos, la bellissima moglie della buonanima
di Selahattin Khan, la Sultana Neriman, ancora in lacrime,
chiese una sola cosa a Fahir Sci prima che diventasse suo marito.
La richiesta era di non far raschiare e cancellare il volto del suo
compianto marito Selahattin Khan ritratto come Mejnun davanti
alla Sultana Neriman ritratta come Leyla in un libro che parlava
del loro amore. Il diritto all'immortalit che suo marito cercava di
ottenere attraverso i libri che faceva fare da anni non doveva essergli
negato, almeno in una pagina. Il trionfatore Fahir Sci accett
generosamente questa semplice richiesta e i miniaturisti non
toccarono il disegno. Cos, Neriman e Fahir fecero subito l'amore
e in breve si amarono dimenticando l'orrore del passato. Ma Fahir
Sci non riusciva a scordare quel disegno nel volume di Leyla e Mejnun.
Quel che lo inquietava non era il disegno di sua moglie con il
precedente marito, n la gelosia, no. Lo rodeva il fatto di non poter
raggiungere il tempo eterno, mescolarsi agli immortali assieme
alla moglie per non essere stato disegnato nelle antiche leggende di
quel libro meraviglioso. Questo tarlo lo rose per cinque anni e al
termine di una notte felice in cui aveva fatto l'amore a lungo con
Neriman, Fahir Sci, con un candelabro in mano, entr nella biblioteca
di nascosto, come un ladro, apr il volume di Leyla e Mejnun
e disegn il suo volto come Mejnun al posto di quello del compianto
primo marito di Neriman. Ma come molti khan che amano
la miniatura, era inesperto e non riusc a disegnarlo bene. Cos,
quando la mattina dopo il bibliotecario apr il libro e vide che davanti
alla Leyla con il volto di Neriman era apparso un volto nuovo
al posto di quello della buonanima di Selahattin Khan, dichiar
che non era quello di Fahir Sci, ma del suo nemico principale, il
giovane ed avvenente Abdullah Sci. Questo pettegolezzo demoralizz
i soldati di Fahir Sci e infuse coraggio al giovane ed aggressivo
nuovo sovrano del paese confinante. Alla prima guerra questi
sconfisse Fahir Sci, lo rese schiavo e lo fece uccidere, appose il
proprio sigillo alla sua biblioteca e al suo harem e divenne il nuovo
marito della sempre pi bella sultana Neriman.

Gim.

La storia del miniaturista noto a Istanbul con il nome di Mehmet
l'Alto e nelle terre di Persia come Muhammed di Khorasan,
viene in genere raccontata tra i miniaturisti come esempio di lunga
vita e di cecit, ma in realt  un esempio della miniatura e del
tempo. Dobbiamo tenere presente che cominci a fare miniature
come apprendista gi all'et di nove anni, che si dedic a quest'arte
per pi o meno centodieci anni senza diventare cieco e che la pi
grande particolarit di questo maestro era quella di non averne.
Non  un gioco di parole,  un elogio sincero. Come tutti, disegnava
alla maniera degli antichi grandi maestri, ma con un qualcosa
di pi, e per questo motivo era il pi grande. La sua modestia,
la sua totale fedelt all'arte della miniatura, che intendeva come
servizio ad Allah, lo tennero sempre lontano dai litigi che
avvenivano nei laboratori dove lavorava e dal desiderio di diventare
capo miniaturista, pur avendo raggiunto l'et per esserlo.
Durante tutta la sua vita di miniaturista, per centodieci anni disegn
i dettagli rimasti qua e l, l'erba che riempiva l'angolo della pagina,
migliaia di foglie d'albero, le curve delle nuvole, le criniere di
cavalli da pettinare una ad una, i muri di mattoni, gli innumerevoli
ornamenti che si ripetono sempre insieme a decine di migliaia
di volti tutti uguali, gli occhi a mandorla e il mento sottile. Era
molto felice e molto silenzioso. Non cerc di brillare sugli altri e
non fece richieste di stile e personalit. Considerava il laboratorio
del principe per il quale lavorava in quel momento come casa sua
e se stesso come un oggetto di quella casa. Quando khan e sci cominciarono
a strangolarsi a vicenda e i miniaturisti ad andare di citt
in citt in cerca di nuovi padroni, come se fossero donne di un harem,
lo stile del nuovo laboratorio si rivel prima nelle foglie, nel
prato, nella curva delle rocce che lui disegnava e nelle curve segrete
della sua pazienza. A ottant'anni dimentic di essere un mortale
e cominci a credere di vivere nelle leggende che disegnava.
Forse per questo motivo alcuni dicevano che vivesse fuori dal tempo
e che perci non sarebbe mai invecchiato n morto. C'era chi
si spiegava che non fosse mai diventato cieco con il miracolo del
tempo che si era fermato per lui, anche se aveva passato l'intera
vita senza una fissa dimora, nelle celle e nelle tende dei laboratori
di miniatura, e la maggior parte del tempo davanti ai fogli. C'era
chi invece diceva che, in realt, era cieco ma disegnava tutto a
memoria e non aveva bisogno di vedere per dipingere. Quando
questo leggendario maestro, che non si era mai sposato e in vita
sua non aveva mai fatto l'amore, a centodiciannove anni nel laboratorio
di Tahmasp Sci incontr l'esempio vivente del bel fanciullo
dagli occhi a mandorla, dal mento marcato e dal volto di luna
che aveva disegnato per cent'anni, un vivace apprendista di sedici
anni mezzo cinese e mezzo croato, ovviamente si innamor
subito di lui, e per ottenere il giovane apprendista di incredibile
bellezza, si lasci coinvolgere nelle lotte di potere tra i miniaturisti,
cominci a fare carte false, intrighi e truffe, e a mentire come
un vero innamorato. Cercare di esaudire le voglie terrene dalle
quali era riuscito a rimanere lontano per cento anni all'inizio anim
il maestro, ma poi lo allontan dall'eternit dei tempi leggendari.
Un pomeriggio, mentre contemplava il bellissimo apprendista,
prese freddo davanti alla finestra al vento gelido di Tabriz,
l'indomani divenne cieco mentre starnutiva e due giorni dopo cadde dalle
alte scale di pietra del laboratorio e mor.

Avevo sentito il nome di Mehmet l'Alto, ma non sapevo questa
storia, disse Nero.
Aveva pronunciato queste parole con delicatezza, per precisare
che aveva capito che la storia era finita e la sua testa era piena
di quello che gli avevo raccontato. Rimasi un po' in silenzio,
perch lui mi guardasse con attenzione. Dato che stare senza far niente
mi rendeva inquieto, appena avevo iniziato a raccontare la seconda
storia, avevo ripreso a dipingere l dove mi ero interrotto
quando aveva bussato alla porta. Il mio bell'apprendista Mahmut,
sempre al mio fianco per mescolare i colori, temperare le penne e,
a volte, anche cancellare i miei errori, mi sedeva accanto in silenzio,
ascoltava e mi guardava, mentre dall'interno si sentivano i rumori
che faceva mia moglie.
Ah, - disse Nero, - il sultano si  alzato in piedi.
Mentre lui guardava il disegno meravigliato, mi comportai come
se il motivo della sua meraviglia non fosse importante, ma a
voi dico direttamente che durante la cerimonia di circoncisione
che dipingiamo nel surname, il Nostro Sommo Sultano, che segue
accanto al bovindo per cinquantadue giorni la sfilata degli artigiani,
delle corporazioni, del popolo, dei soldati e dei briganti, appare
seduto in tutti e duecento i disegni. Solo in questo disegno l'ho
fatto in piedi nella piazza mentre distribuisce alla folla i soldi dalle
borse piene di fiorini. L'ho fatto per rendere la meraviglia e la
gioia della folla che si strangola, si prende a pugni e a calci per ghermire
i soldi, a culo in aria mentre li raccoglie da terra.
Se nel contesto del disegno c' amore, il disegno dev'essere
fatto con amore, - dissi. - Se c' dolore, anche nel disegno deve
scorrere il dolore. Ma il dolore non deve scaturire dai personaggi
del disegno o dalle loro lacrime, ma dalla sua armonia interna che
in un primo momento non si vede ma si sente. Io non ho disegnato
un personaggio a bocca aperta come fanno centinaia di maestri
da secoli per illustrare la meraviglia, ma ho meravigliato tutto il
disegno. E questo  possibile facendo alzare in piedi il sultano.
Cercando un segno, pensai allo sguardo di Nero sui miei oggetti
e il mio materiale pittorico, in realt su tutta la mia vita, e
vidi la mia casa con i suoi occhi.
Ci sono disegni di palazzi, di hamam, di fortezze fatti in un
certo periodo a Tabriz o a Shiraz in cui perch il disegno sia conforme
all'attenzione del sommo Allah che tutto vede e comprende, il
miniaturista dipinge il palazzo come se fosse stato diviso a met
con un rasoio miracoloso, fino alle cucine, ai bicchieri, alle decorazioni
sui muri, cose che da fuori non si vedrebbero assolutamente,
le tende, il pappagallo in gabbia, gli angoli pi segreti, i cuscini
e la bella seduta sul cuscino che non  mai uscita al sole.
Come il lettore curioso che guarda ammirato quel disegno, lui
contemplava i miei colori, i miei fogli, i miei libri, il mio
bell'apprendista, le pagine del libro sui costumi e l'album calligrafico fatto
per i viaggiatori europei, i disegni a sfondo erotico che avevo
scarabocchiato in fretta e di nascosto per un pasci, le pagine spinte,
i miei calamai di tutti i colori, di vetro, di bronzo, di terracotta,
i miei temperini, le mie penne con il manico d'oro e lo sguardo
del mio bell'apprendista.
Al contrario degli antichi maestri, io ho visto tante guerre,
tante, - dissi per riempire il silenzio con la mia storia. - Macchine
da guerra, cannoni, eserciti, morti. Ero sempre io a dipingere
il soffitto delle tende di guerra del Nostro Sultano, dei nostri pasci.
Quando si tornava a casa dopo le guerre, ero io a disegnare i
panorami di guerra che tutti dimenticano, i cadaveri squartati, gli
eserciti mescolati tra loro, i soldati del povero infedele che guardano
impauriti i nostri cannoni e il nostro esercito dai bastioni delle
fortezze assediate, i ribelli cui veniva tagliata la testa, l'entusiasmo
dei cavalli all'assalto. Mi resta in mente tutto quello che
vedo, un nuovo macinino, un nuovo tipo di finestra, un nuovo cannone,
il grilletto di un nuovo fucile europeo, una persona ad un banchetto,
il colore dell'abito che indossa, cosa mangia, dove mette
la mano e come...
Qual  la lezione da trarre dalle tre storie che mi hai raccontato?,
chiese Nero con un atteggiamento che voleva chiudere il
discorso e nello stesso tempo richiedeva una spiegazione.
Alif, - dissi. - La prima storia, quella del minareto, dimostra
che  il tempo che fa il disegno perfetto nonostante il grande talento
del miniaturista. Ba, la seconda storia, quella con l'harem e
i libri, dimostra che l'unico modo per uscire dal tempo  il talento
e l'arte della miniatura. Dimmi tu della terza.
Gim! - disse Nero sicuro di s. - La storia del miniaturista di
centodiciannove anni  una sintesi di quelle di Alif e di Ba. Dimostra
che colui che abbandona la vita perfetta e la miniatura finisce
il suo tempo e muore.
...
Capitolo quattordicesimo. Mi chiamano Oliva.

Era dopo la preghiera di mezzogiorno, stavo piacevolmente,
anche se di fretta, disegnando dolci volti di fanciulli, quando bussarono
alla porta. Mi agitai e le mie mani presero a tremare, lasciai
la penna. Con qualche difficolt ma con attenzione, misi via la tavola
di lavoro che stavo usando e andai alla porta di volata, e prima
di aprire mi raccomandai ad Allah. Voi, che saprete le cose che
vi racconter, siete molto pi vicini ad Allah di questo nostro misero
e sporco mondo e di noi vili creature del sultano, perci non
ve lo nascondo: dicono che il re dell'India, il pi ricco sci del mondo,
Ekber Khan, stia facendo fare un libro di cui tutti parlano, ha
sparso la voce ai quattro angoli delle terre d'Islam perch i miniaturisti
pi brillanti del mondo vadano da lui. Gli uomini che ha
mandato a Istanbul ieri sono venuti a trovarmi, mi hanno invitato
in India. Ho aperto la porta, questa volta non erano loro, era il
Nero dei tempi della mia infanzia, l'avevo dimenticato. Un tempo
non veniva tra noi, era geloso di noi. O no?
Era venuto per parlarmi, in amicizia, per vedere i miei disegni.
Lo feci accomodare perch vedesse tutte le mie cose. Mi disse che
aveva appena fatto visita anche al capo miniaturista Maestro
Osman. E che il grande maestro gli aveva detto una grande cosa:
 possibile capire se un miniaturista  un vero miniaturista o meno
da come parla della cecit e della memoria. E allora capitelo:

LA CECIT E LA MEMORIA.

Prima della miniatura era buio e anche dopo la miniatura sar
buio. Con i nostri colori, il nostro talento e il nostro amore, noi
ricordiamo quello che Allah ci dice di vedere. Ricordare  sapere ci
che vediamo. Sapere  ricordare quello che vediamo. Vedere  sapere
senza ricordare. Vuol dire che dipingere  ricordare il buio.
L'amore per la pittura dei grandi maestri sa che i colori e la vista
sono fatti di buio e vuole tornare nel buio di Allah assieme ai colori.
Chi non ha memoria non ricorda n Allah, n il suo buio. La
pittura di tutti i grandi maestri, tra i colori, cerca quel buio profondo
e fuori dal tempo. Per farvi capire cosa significa ricordare questo
buio scoperto dai grandi antichi maestri di Herat, vi racconter

TRE STORIE SULLA CECIT E LA MEMORIA.

Alif.

Nella traduzione turca di Lamii Selebi di Soffi di umanit, dove
il poeta Giami narra leggende su importanti personaggi storici
e santi, si dice che il famoso Maestro Al di Tabriz, che lavorava
nel laboratorio di miniatura di Cihan Sci sovrano dei turcomanni
del Montone Nero, dipinse una splendida copia di Cosroe e Sirin.
Da quanto ho sentito dire, in questo libro, la cui lavorazione dur
ben dieci anni, Maestro Al, maestro dei maestri, cre pagine talmente
meravigliose da essere paragonabili solo a quelle di Behzat,
il pi grande degli antichi maestri, dimostrando una tale abilit
che, ancor prima che fosse pronto met libro, Cihan Sci comprese
che avrebbe ricevuto un libro meraviglioso e unico al mondo. Cihan
Sci, sovrano dei turcomanni del Montone Nero, viveva nel terrore
di Uzun Hasan, giovane sovrano del Montone Bianco, e l'invidia
che provava nei suoi confronti lo indusse subito a pensare
che, una volta pronto il libro meraviglioso, il suo prestigio sarebbe
s cresciuto, ma che Uzun Hasan, sovrano del Montone Bianco,
avrebbe potuto farsi fare un libro ancora pi bello. Dato che era
una di quelle persone veramente invidiose che avvelenano la propria
felicit con la paura che gli altri possano essere altrettanto felici,
Cihan Sci intu subito che se il maestro miniaturista avesse
fatto un altro libro, anzi uno ancora migliore, l'avrebbe fatto per
Uzun Hasan, il suo nemico principale. Cos, per evitare che nessuno
oltre a lui potesse possedere questo libro meraviglioso, decise
di far uccidere il Maestro Al, una volta completato il libro. Ma
una bella circassa del suo harem dal cuore d'oro gli ricord che sarebbe
stato sufficiente accecarlo. Questa brillante decisione che
Cihan Sci prese e subito comunic agli adulatori che aveva intorno,
giunse anche all'orecchio di Maestro Al, che per non lasci
il libro a met e non abbandon Tabriz, come avrebbe fatto
un miniaturista qualunque. Non scelse neanche altre vie per rimandare
la propria cecit, come rallentare il libro o disegnare male
perch non venisse perfetto. Lavor con sempre maggior entusiasmo
e convinzione. Nella casa dove viveva solo, cominciava a
lavorare dopo la preghiera del mattino, fino a quando, a mezzanotte,
i suoi occhi stanchi per la luce delle candele non iniziavano
a lacrimare dal dolore, continuava a disegnare cavalli, cipressi,
innamorati, draghi e principi fascinosi. Spesso osservava per giorni
una pagina fatta dai grandi antichi maestri di Herat per poi rifare
lo stesso identico disegno su un foglio che non guardava mai.
Alla fine, il libro per Cihan Sci del Montone Nero fu pronto, e il
maestro miniaturista, come si aspettava, venne prima riempito d'oro
e poi accecato con uno spillone. Maestro Al abbandon immediatamente
Herat, ancor prima che il dolore si placasse, e si rec
da Uzun Hasan, sovrano del Montone Bianco. S, sono cieco, -
gli disse. - Ma ho in mente tutte le meraviglie del libro che ho dipinto
in questi ultimi undici anni, ricordo ogni tocco di penna e
di pennello e la mia mano sa disegnare a memoria senza che io debba
vedere. Mio Khan, io posso dipingere per te il pi bel libro mai
visto fino a oggi. Perch i miei occhi ormai non possono pi soffermarsi
sulle brutture di questo mondo ed esserne distratti, posso
disegnare a memoria e nel modo pi puro tutte le meraviglie di
Allah. Uzun Hasan credette subito al grande maestro e questi
non venne meno alla parola data e disegn a memoria il libro pi
meraviglioso mai esistito al mondo per il suo sultano del Montone
Bianco. Tutti sanno che, dietro alla vittoria di Uzun Hasan,
sovrano del Montone Bianco, che sconfisse ed uccise Cihan Sci, sovrano
del Montone Nero, nei pressi di Bingl, c' la forza spirituale
infusa al sovrano dal nuovo libro. Questo libro meraviglioso,
insieme al primo che il Maestro Al di Tabriz fece per la buonanima
di Cihan Sci, fin poi nel tesoro del nostro compianto Sultano
Mehmet Khan il Conquistatore quando sconfisse il trionfante
Uzun Hasan nella battaglia di Otlukbeli. Chi li ha visti lo sa.

Ba.

Dato che il nostro compianto Sultano Solimano il Magnifico
dava molta pi importanza ai calligrafi, per sostenere che l'arte
della miniatura era pi importante di quella della calligrafia, gli
sfortunati miniaturisti di allora raccontavano la storia che adesso
vi narrer, ma, come capir chiunque la ascolti con attenzione, si
tratta di una storia sulla cecit e la memoria. Dopo la morte di Tamerlano,
il dominatore del mondo, figli e nipoti litigarono e si fecero
guerre spietate; quando conquistavano la citt di un altro, come
prima cosa facevano battere moneta, dire preghiere e fare prediche
in moschea, e come seconda invece facevano strappare i libri
di cui si impossessavano, vi facevano apporre una nuova firma e
una nuova dedica al dominatore del mondo e poi li facevano rilegare
perch chi guardava il libro credesse che quel sultano era il
dominatore del mondo. Quando Abdllatif, nipote di Tamerlano
e figlio di Ulug Bey, conquist Herat, ordin un libro dedicato a
suo padre, ma mise una tale fretta ai miniaturisti, ai calligrafi e ai
rilegatori che disegni, pagine e scritte presi dai volumi distrutti si
mescolarono tra loro mentre questi venivano strappati e bruciati.
Dato che non era da Ulug Bey, amante della miniatura, far rilegare
disegni a casaccio in una sorta di album, suo figlio riun tutti i
miniaturisti di Herat e chiese loro di raccontare la storia di ogni
singolo disegno per metterli insieme in maniera adeguata. Ma
ognuno raccont una storia diversa e i disegni si mescolarono ulteriormente.
Allora, si cerc e si trov l'ultimo anziano capo miniaturista,
dimenticato dopo aver donato i propri occhi ai libri di
tutti gli sci e principi che avevano dominato su Herat negli ultimi
cinquantaquattro anni. Quando si cap che il vecchio maestro
era cieco, ci fu un momento di agitazione, ci fu anche chi rise, ma
il vecchio maestro chiese che gli portassero un bambino che non
avesse ancora compiuto sette anni, intelligente ma analfabeta. Lo
trovarono subito e lo portarono. Il vecchio miniaturista mise davanti
al bambino un disegno e gli chiese di descriverlo. Mentre il
bambino raccontava quello che vedeva nel disegno, il vecchio miniaturista
alz gli occhi ciechi al cielo e lo ascolt attentamente, e
poi disse: Dal Libro dei re di Firdusi, l'abbraccio di Alessandro
Magno e Dario. Dal Roseto di Sadi, la storia del maestro che s'innamora
della sua bella discepola... Dal Tesoro dei misteri di Nizami,
la gara dei medici... Gli altri miniaturisti si adirarono con
l'anziano miniaturista cieco e dissero: Li abbiamo riconosciuti
anche noi. Queste sono le scene pi famose delle storie pi famose.
L'anziano miniaturista cieco questa volta fece mettere davanti
al bambino i disegni pi difficili e lo ascolt di nuovo attentamente.
Dal Libro dei re di Firdusi, Hrmz che avvelena i calligrafi uno
a uno, - disse sempre con gli occhi al cielo. - Dal Mesnevi(1) di Mevlana,
la brutta storia e lo scadente disegno del marito che scopre
la moglie ed il suo amante in cima all'albero di pere, continu. E
andando avanti cos riconobbe tutti i disegni dal racconto del bambino
e fece rilegare i libri. Quando l'esercito di Ulug Bey entr nella
citt di Herat, il sovrano chiese all'anziano miniaturista il segreto
per riconoscere, anche senza vedere, le storie che esperti miniaturisti
pur vedendo non avevano saputo riconoscere. Il motivo
non , come si potrebbe credere, che essendo cieco ho una buona
memoria, - disse l'anziano miniaturista. -  solo che non dimentico
mai che le storie si ricordano con le parole, e non con la
fantasia. Ulug Bey gli disse che anche i suoi miniaturisti conoscevano
quelle parole e quelle storie, ma non erano stati capaci di
mettere i disegni in ordine. Perch loro pensano alla miniatura,
il loro talento e la loro arte, ma non sanno che gli antichi maestri
hanno fatto questi disegni grazie ai ricordi di Allah, disse l'anziano
miniaturista. Ulug Bey gli chiese come mai un bambino riuscisse
a capirlo. Il bambino non lo sa, - disse l'anziano maestro. - Solo
io che sono un vecchio miniaturista cieco, so che Allah ha creato
il mondo come vorrebbe vederlo un intelligente bambino di sette
anni. Perch Allah ha creato il mondo in primo luogo perch fosse
visto. Poi ci ha dato la parola perch condividessimo quello che vediamo,
parlassimo tra di noi, ma noi dalle parole abbiamo creato
storie ed abbiamo creduto che la miniatura fosse fatta per queste storie.
Ma l'arte della miniatura  creare direttamente i ricordi di Allah,
 vedere il mondo come lo vede Lui.

Gm.

 noto che, per timore della cecit - eterna e legittima preoccupazione
della stirpe dei miniaturisti - ci fu un tempo in cui i
maestri arabi guardavano a lungo l'orizzonte all'alba verso occidente,
e un secolo dopo, a Shiraz, molti miniaturisti al mattino
mangiavano foglie di rosa tritate e noci pestate a stomaco vuoto.
Sempre nello stesso periodo, perch la luce del sole - considerata
motivo della cecit che prima o poi, come la peste, colpiva tutti i
miniaturisti di Isfahan - non battesse direttamente sui loro tavoli
di lavoro, operavano in un angolo della stanza in penombra o addirittura
alla luce dei candelabri, e nei laboratori uzbechi di Bukhara
alla fine della giornata i maestri si lavavano gli occhi con acqua
benedetta. Tra tutti questi metodi, quello che affrontava la cecit
nel modo pi innocente,  certamente quello di Maestro Seyyit
Mirek, maestro del grande Behzat. Secondo Maestro Mirek, la cecit
non  una disgrazia, ma  l'ultima gioia che Allah concede al
miniaturista che ha dedicato tutta la vita alla Sua bellezza. Perch
l'arte della miniatura  una ricerca da cui si arriva a capire come
Allah vede il mondo e questa immagine eccezionale  possibile se
ci si rende conto di quanto ci si  consumati, con gli occhi stanchi
dopo un'intensa vita di lavoro, una volta raggiunta la cecit. Vuol
dire che  solo dalle memorie dei miniaturisti ciechi che si pu capire
come Allah vede il mondo. Il miniaturista anziano si esercita
per tutta la vita perch la sua mano trasferisca da sola il disegno
meraviglioso sul foglio quando quest'immagine arriva, cio quando
davanti ai suoi occhi compaiono i ricordi e dentro il buio della
cecit, ci che vede Allah. Secondo lo storico Mirza Muhammet
Haydar Duglat, che scrisse sui miniaturisti di Herat e sulle leggende
di quel periodo, il Maestro Seyyit Mirek ha anche fornito
un esempio di quest'idea di miniatura parlando del miniaturista
che vuole fare il disegno di un cavallo. Secondo il suo punto di vista,
anche il miniaturista meno abile, se ha la testa completamente
vuota, quando disegna un cavallo guardando un cavallo, proprio
come i pittori europei di oggi, lo disegna a memoria. Perch nessuno
pu guardare nello stesso istante il cavallo e il foglio su cui
disegna il cavallo. Anche se il tempo passa in un batter d'occhio,
quello che il miniaturista riproduce sul foglio non  il cavallo che
sta vedendo, ma  il ricordo del cavallo che ha visto poco prima,
e questo, anche per il pi mediocre dei miniaturisti,  la prova che
il disegno  realizzabile solo con la memoria. Come risultato di
questa teoria che vede la vita professionale attiva del miniaturista
come preparazione alla gioiosa cecit che verr e ai ricordi del cieco,
i maestri di Herat di quel periodo consideravano come un esercizio,
un allenamento, i disegni che facevano per sci e principi e
bibliofili, e ritenevano che lavorare, disegnare continuamente e
guardare per giorni e giorni, senza mai riposare, le pagine alla luce
dei candelabri fosse un lavoro felice che li avrebbe portati alla
cecit. Per tutta la vita Maestro Mirek cerc sempre il momento
pi adatto per raggiungere questa fine felice, disegnando alberi
con tutte le foglie su un'unghia, su un chicco di riso o addirittura
su un capello, avvicinandosi alla cecit intenzionalmente e velocemente;
altre volte invece disegnava giardini felici e soleggiati e
cos, prudentemente, rimandava il buio. A settantacinque anni, il
Sultano Hseyin Baykara apr le pagine di migliaia di libri accumulati
nel suo tesoro ben custodito per premiare questo grande
maestro. Maestro Mirek guard senza sosta, per tre giorni e tre
notti, le meravigliose pagine dei leggendari libri degli antichi maestri
di Herat alla luce dei candelabri d'oro della stanza del tesoro
piena di armi, tessuti di seta di velluto e d'oro, e divenne cieco. Il
grande maestro affront questa nuova condizione con maturit e
rassegnazione, come se accogliesse gli angeli di Allah e non parl
n disegn pi. Lo storico Mirza Muhammet Haydar Duglat spiega
questo fatto dicendo che un miniaturista che raggiunge le immortali
visioni di Allah non riuscir mai pi a tornare sulle pagine
dei libri fatti per i comuni mortali, e aggiunge che nel luogo dove
i ricordi del miniaturista cieco incontrano Allah c' un silenzio
assoluto, un buio felice e l'infinit della pagina vuota.

Naturalmente sapevo che Nero non mi aveva posto la domanda
di Maestro Osman sulla cecit e sulla memoria per conoscere la
mia risposta, ma per sentirsi a suo agio mentre guardava i miei oggetti,
la mia stanza, i miei disegni. Ma fui ugualmente felice di vedere
che le storie che avevo raccontato lo avevano toccato profondamente.
La cecit  un mondo felice dove non possono entrare
n Satana n il peccato, gli dissi.
A Tabriz, - raccont Nero, - alcuni miniaturisti vecchio stile
che, influenzati da Maestro Mirek, vedono la cecit come la pi
grande virt concessa da Allah, fingono di essere ciechi perch si
vergognano di non esserlo bench ormai anziani, e temono che
questa sia una prova della loro scarsa abilit. Con questa convinzione,
influenzata anche da Cemalettin di Kazvin, alcuni, pur non
essendo veramente ciechi, per imparare a guardare il mondo come
un cieco, si mettono al buio tra gli specchi e, alla luce fioca della
fiamma di una candela, guardano per settimane, senza mangiare
n bere, le pagine degli antichi maestri di Herat.
Bussarono alla porta. La aprii e vidi un grazioso apprendista
del laboratorio del sultano con i begli occhi spalancati. Disse che
avevano trovato il cadavere di nostro fratello il doratore Raffinato
Effendi in un pozzo e che il funerale si sarebbe tenuto nel pomeriggio
alla moschea Mihrimah. Poi corse via per portare la notizia
agli altri. Che Allah ci protegga.

Note.

1. Tipo di componimento poetico; solitamente con Il Mesnevi s'intende quello
composto dal grande poeta mistico Mevlana Celaleddin Rumi nel XIII secolo.
...
Capitolo quindicesimo. Il mio nome  Esther.

 l'amore che fa diventare sciocche le persone o sono solamente
gli sciocchi a innamorarsi? Sono anni che faccio la venditrice ambulante
di corredi e cerco di combinare matrimoni, ma non conosco
la risposta a questa domanda. Avrei veramente voluto conoscere
una coppia, anzi meglio, un uomo che, innamorandosi, diventasse
pi intelligente, pi furbo e capace di intrighi sagaci. A quanto
ne so, se un uomo mette in atto furbizie, piccole trappole, stratagemmi,
vuol dire che non  affatto innamorato. Il nostro Nero Effendi
invece, mentre mi parla di Sekre, d subito a vedere di avere
perso la calma, di avere superato ogni limite.
Al mercato gli avevo detto che Sekre pensava continuamente
a lui, che voleva la sua risposta, che non l'avevo mai vista cos, e
gli ripetei a memoria il solito ritornello. Mi guardava in un modo
che faceva pena. Mi disse di portare velocemente e direttamente
la sua lettera a Sekre. Gli sciocchi credono che nel loro amore
ci sia una situazione che necessita una premura tutta speciale,
rivelano la forza del loro amore e forniscono un'arma all'amato; se
sono intelligenti, invece, ritardano la risposta. Risultato: in amore
la fretta ritarda le faccende.
Per questo motivo, se Nero Effendi avesse saputo che avrei
portato altrove la lettera che mi aveva dato, dicendo  urgente,
 urgente, mi avrebbe ringraziato. Al mercato mi ero quasi congelata
ad aspettarlo. Per riscaldarmi, pensai di passare prima da
una delle mie figliocce, era di strada. Chiamo figliocce le ragazze
per le quali ho consegnato lettere e che ho fatto sposare con le mie
mani. Questa brutta ragazza mi  cos riconoscente che, oltre a
mostrarmi grandi attenzioni e grande devozione, ogni volta che
vado a trovarla mi d anche qualche ake. Mi disse che era incinta
e ne era contenta. Prepar un t di tiglio, lo bevvi con piacere.
Una volta sola contai anche i soldi che mi aveva dato Nero Effendi.
Venti ake.
Ripresi il cammino. Passai per viuzze, passaggi nefasti dove il
fango gelato non permetteva di camminare. Mentre bussavo alla
porta, mi venne voglia di scherzare e gridai.
 arrivato il corredo,  arrivato il corredo, - dissi. - Ho splendide
mussole degne di un sultano, meravigliosi scialli del Kashmir,
pezze di velluto di Bursa, bellissimi tessuti egiziani col bordo di
seta per camicie, coperte di mussola ricamata, lenzuola da divano
e da letto, fazzoletti di tutti i colori.  arrivato il corredo!
La porta si apr e io entrai. Come sempre, la casa odorava di
letto, sonno, olio fritto e umidit. Il terribile odore degli scapoli
che invecchiano.
Vecchiaccia, - disse. - Cosa gridi?
Senza dire nulla, tirai fuori la lettera e gliela diedi. Nella stanza
buia mi si avvicin come un'ombra e all'improvviso me la
strapp di mano. And nella stanza accanto, dove c' sempre una
lampada accesa. Rimasi sulla soglia.
Non c' il tuo signor padre?, domandai.
Non rispose. Era estasiato e leggeva la lettera. Lo lasciai leggere.
Aveva la lampada dietro e non riuscivo a vederlo in faccia.
Quando la fin, la lesse di nuovo.
E allora, - dissi. - Che scrive?
Hasan cominci a leggere:

Sekre, mia signora,
dato che anch'io ho vissuto per anni pensando a una sola persona,
capisco e apprezzo che tu aspetti tuo marito e non pensi a
nessun altro che a lui. Da una donna come te, ci si possono aspettare
solo dignit e onest (Hasan si fece una risata!) Ma venire a
trovare tuo padre per parlare di miniatura non significa molestarti.
Questo non mi verrebbe mai in mente. Non affermerei mai di
aver ricevuto segnali, di essere stato incoraggiato da te. Quando
ho visto il tuo viso come una luce alla finestra, ho pensato che fosse
un dono di Allah. Perch a me basterebbe la felicit di vedere
il tuo viso (Questo lo ha rubato a Nizami intervenne con rabbia
Hasan). Ma poich mi chiedi di non avvicinarmi a te, allora dimmi,
sei forse un angelo a cui sarebbe terribile avvicinarsi? Ascoltami:
quando di notte contemplavo la luce della luna riflessa sulle
montagne nude, dalle finestre dei maledetti caravanserragli deserti
in cui pernottavano un oste senza speranza e banditi sfuggiti alla
pena di morte e cercavo di dormire ascoltando l'ululato di lupi solitari
e pi sfortunati di me, pensavo sempre che un giorno mi saresti
apparsa all'improvviso, proprio come sei apparsa a quella finestra.
Ascolta, adesso che sono venuto da tuo padre per il libro,
tu mi rendi il disegno che ho fatto da bambino. Per me questo  il
segno che ti ho ritrovato, lo so. Non  un segno di morte. Ho visto
uno dei tuoi figli, Orhan. Povero orfano. Gli far da padre!

Per, scrive bene, - dissi. -  diventato un poeta.
Sei forse un angelo a cui sarebbe terribile avvicinarsi? - disse. -
Quell'espressione l'ha rubata ad Ibni Zerhani, io avrei fatto di meglio.
Tir fuori di tasca la sua lettera. Prendi questa e portala a Sekre.
I soldi che mi diede con la lettera per la prima volta mi diedero
fastidio. Percepii qualcosa di schifoso nel suo folle attaccamento
a quell'amore non corrisposto. Come a confermare le mie intuizioni,
per la prima volta da molto tempo, Hasan mise da parte
le buone maniere e disse: Dille che se vogliamo la possiamo riportare
a casa per decreto del cad.
Vuoi davvero che glielo dica?
Rimase in silenzio. No, non glielo dire, disse. La luce della lampada
gli si riflesse sul volto e vidi che guardava davanti a s come un
bambino conscio della sua colpa. Conoscendo questi suoi modi,
rispetto il suo amore e porto le sue lettere. Non lo faccio per soldi.
Stavo uscendo dalla casa quando Hasan mi ferm sulla soglia.
Dirai a Sekre quanto la amo?, chiese agitato con fare da
stupido.
Non glielo scrivi nelle tue lettere?
Dimmi, come posso convincere lei, suo padre, loro?
Comportandoti da brava persona, gli risposi incamminandomi
verso la porta.
A quest'et  tardi..., disse con dolore sincero.
Hai cominciato a guadagnare molti soldi, Hasan. Questo fa di
te una brava persona..., dissi e uscii.
In casa era cos buio e opprimente che l'aria fuori mi sembr
calda. Il sole mi colp in faccia. Pensai che volevo la felicit di Sekre.
Ma, in un certo senso, rispettavo anche quel poveraccio che avevo
visto nella sua casa umida, fredda e buia. Istintivamente mi incamminai
verso il Mercato delle Spezie di Laleli, anche se non era
nei miei piani, pensavo di riprendermi tra i profumi di cannella,
zafferano e pepe, ma mi sbagliavo.
A casa, dopo aver preso le lettere, Sekre mi chiese subito di
Nero. Le dissi che l'incendio d'amore lo assediava senza piet, le
piacque.
Perfino le donne chiuse in casa a lavorare a maglia, tutti si
chiedono perch il povero Raffinato Effendi  stato ucciso, dissi
cambiando discorso.
Hayriye, prepara dell'helva e portalo a Kalbiye, la moglie del
povero Raffinato Effendi, disse Sekre.
Dicono che verr molta gente, tutti i seguaci del Maestro di
Erzurum, e che i parenti non lasceranno che il suo sangue sia stato
versato inutilmente, dissi.
Ma Sekre aveva gi cominciato a leggere la lettera di Nero.
La guardai in faccia attentamente e mi indispettii. Questa donna
ha talmente tanta esperienza da riuscire a controllare il riflesso delle
sue passioni sul viso. Mentre leggeva la lettera, sentii che era
contenta del mio silenzio, che lo considerava come un'approvazione
alla speciale importanza della lettera di Nero. Cos, quando
fin la lettera e mi sorrise, perch le faceva piacere, mi vidi costretta
a domandarle:
Cosa dice?
Come quando era bambino...  innamorato di me.
Cosa ne pensi?
Io sono sposata. Aspetto mio marito.
Al contrario di quanto possiate pensare, non mi arrabbiai per
questa bugia, anzi devo dire che mi fece piacere. Se molte ragazze
e donne a cui ho portato lettere e dato consigli sulla vita avessero
mostrato l'attenzione di Sekre, il mio lavoro come il loro sarebbero
stati facilitati almeno della met, anzi, alcune avrebbero
trovato mariti migliori.
E quell'altro cosa dice?, chiesi.
Non voglio leggere la lettera di Hasan adesso, - mi rispose. -
Hasan sa che Nero  tornato a Istanbul?
Non sa neanche della sua esistenza.
Con Hasan parlate?, chiese spalancando i suoi bellissimi occhi
neri.
Perch lo vuoi tu.
Si?
Soffre. Ti ama molto. Anche se il tuo cuore vuole un altro,
ormai ti sar molto difficile liberarti di lui. Accettando le sue lettere
gli hai dato speranza. Devi temerlo.  determinato a sposarti
facendoti accettare il fatto che il fratello  ormai morto, non gli
basta pi riportarti a casa. Sorrisi per compensare la parte minacciosa
della mia ultima frase e per non cadere nel ruolo di portavoce
di quell'infelice.
Allora, che dice quell'altro?, mi chiese, ma sapeva di chi
chiedeva?
Il miniaturista?
Sono molto confusa, - disse all'improvviso, forse spaventata
dai suoi stessi pensieri. - Sembra che tutto si confonda ancora di
pi. Mio padre sta invecchiando. In futuro cosa sar di noi, cosa
sar di questi orfani? Sento che qualcosa di male si sta avvicinando
a tutti noi, che Satana ci prepara cose cattive. Esther, dimmi
qualcosa che mi renda felice.
Tu non ti preoccupare, cara Sekre, - dissi con premura. -
Sei veramente molto intelligente e molto bella. Un giorno, con il
tuo bel marito dormirai nello stesso letto, lo abbraccerai, dimenticherai
tutti i problemi e sarai felice. Te lo leggo negli occhi.
Provai cos tanto affetto per lei che mi vennero le lacrime agli
occhi.
Va bene, ma quale sar questo marito?
Non te lo dice quel tuo cuore intelligente?
Sono infelice perch non riesco a capire cosa dice il mio cuore.
Rimanemmo in silenzio. Per un attimo pensai che Sekre non si
fidasse assolutamente di me e nascondesse abilmente la sua sfiducia
per farmi parlare e cercando di farsi compatire. Quando capii che
non avrebbe risposto alle lettere in quel momento, dissi quello che
dico a tutte le mie ragazze, anche a quelle strabiche, presi il mio fagotto,
uscii nel cortile e me la svignai: Se tieni ben aperti i tuoi begli
occhi, non ti accadr nulla di male, mia cara, non temere.
...
Capitolo sedicesimo. Io, Sekre.

Un tempo, ogni volta che arrivava Esther con i suoi corredi,
sognavo che, finalmente, un innamorato che avrebbe fatto battere
forte il cuore di una donna intelligente, bella, ben educata,
vedova ma onesta come me, mi avesse scritto una lettera e me l'avesse
mandata. Ma vedendo che le lettere erano sempre da parte
dei soliti spasimanti, trovavo la forza e la pazienza di aspettare mio
marito. Adesso, invece, ogni volta che Esther se ne va, la mia mente
 confusa e sono ancora pi infelice.
Cercai di ascoltare le voci del mondo. Dalla cucina proveniva
il borbottio di qualcosa che bolliva in pentola e un odore di limone
e cipolla. Era Hayriye che lessava le zucchine. Sevket e Orhan
erano in cortile, giocavano a duellare sotto il melograno, si stavano
spintonando, sentivo le loro urla. Mio padre, nella stanza accanto,
era silenzioso. Aprii la lettera di Hasan e la lessi, ebbi l'ennesima
conferma di non avere motivo di cui preoccuparmi. Ebbi
solo pi paura di lui e mi congratulai con me stessa per aver resistito
ai suoi tentativi di venire a letto con me quando abitavamo
nella stessa casa. Poi lessi la lettera di Nero, tenendola con cura,
come se fosse un oggetto fragile, e la mia mente si confuse. Smisi
di leggere ed uscii al sole pensando: se, una di quelle notti, fossi andata
a letto e avessi fatto l'amore con Hasan, a parte Allah, non
se ne sarebbe accorto nessuno. Somiglia al mio scomparso marito,
sarebbe stato uguale. A volte penso cose assurde e strane come
questa. Con il sole che mi riscaldava, all'improvviso, sentivo di
avere un corpo: la pelle, il collo, i capezzoli. D'un tratto, mentre
il sole batteva su di me, usc Orhan.
Mamma, cosa leggi?, domand.
Va bene, avevo detto di aver smesso di leggere le lettere che
mi aveva appena portato Esther, era una bugia. Le stavo rileggendo.
Ma questa volta le ripiegai, le infilai nel seno e chiesi a
Orhan di venirmi in braccio. Uff, santo cielo, quanto sei pesante,
sei diventato grande, e lo baciai. Mentre gli dicevo: Sei glato, -
lui rispose: - Mamma, tu invece sei calda, e appoggi la
schiena al mio seno.
Piaceva a tutti e due stare seduti, abbracciati stretti, senza parlare.
Gli annusai il collo e lo baciai. Lo abbracciai ancora pi forte.
Rimanemmo cos, in silenzio.
Dopo un bel po' disse: Mi fai il solletico.
Dimmi, - domandai con voce seria. - Se venisse il sultano dei
ginn e ti chiedesse... qual  la cosa che pi vorresti dalla vita?
Vorrei che Sevket non stesse con noi.
Cos'altro vorresti? Vorresti avere un pap?
No. Quando divento grande mi sposer con te.
Pensai che il brutto della vita non  invecchiare, diventare
brutta, perdere il marito e diventare povera, ma non avere nessuno
che sia geloso di te. Feci scendere dal mio grembo il corpo
ormai riscaldato di Orhan, e pensando che chi era d'animo cattivo
come il mio non dovesse sposare una persona buona, andai da
mio padre.
Il Nostro Eccellente Sultano vedr con i suoi occhi che il libro
 finito e vi premier, - dissi. - Andrete di nuovo a Venezia.
Non lo so, - disse mio padre. - Questo omicidio mi ha spaventato.
I nostri nemici devono essere forti.
So anche che la mia situazione li incoraggia, crea malintesi e
speranze infondate.
Come?
Ormai devo sposarmi al pi presto.
Cosa? - disse mio padre. - Ma tu sei sposata. Come ti  venuta
quest'idea? Chi ti vuole sposare? Anche se ci fosse un uomo
assennato e irresistibile, - disse il mio saggio padre, - non penso
che sia facile trovarlo e farcelo piacere. Poi riassunse cos la mia
sfortunata condizione: Ci sono grandissimi problemi da risolvere
prima che tu ti possa sposare, lo sai. Dopo un lungo silenzio
aggiunse: Tesoro mio, mi vuoi lasciare e andartene via?
Ieri ho sognato che mio marito era morto, dissi. Ma non
scoppiai a piangere come una donna che avesse veramente fatto
un sogno del genere.
Bisogna saper leggere i sogni, come fa chi sa leggere la miniatura
guardandola.
Volete che vi racconti il mio sogno?
Rimanemmo in silenzio per un po', ci sorridemmo come due
persone intelligenti che valutano velocemente ogni possibile soluzione
a quanto si sono dette.
Commentando il tuo sogno posso credere che lui sia morto,
ma tuo suocero, tuo cognato e il cad, che  obbligato a dare retta
a loro, richiederebbero altre prove.
Sono passati due anni da quando ho preso i bambini e sono
tornata a casa, ma mio suocero e mio cognato non riescono a farmi
tornare l.
Perch sanno benissimo di essere in difetto, - disse mio padre. -
Ma questo non significa che ti concederanno il divorzio.
Visto che sono passati ormai quattro anni, se fossimo stati seguaci
di Imam Malik o di Ibn Hanbal, il cad mi avrebbe concesso
il divorzio e mi avrebbe anche fatto dare gli alimenti. Ma,
grazie a Dio, siamo hanafiti, e non lo possiamo fare.
Non mi parlare del sostituto del cad di Scutari, quel seguace
di Imam Safii.  gente marcia.
Dicono che tutte le donne di Istanbul i cui mariti sono scomparsi
durante la guerra vadano da lui con dei testimoni. Dicono
che, dato che  seguace di Imam Safii, chiede alla donna se il marito
 scomparso, da quanto tempo, se ha problemi economici, chi
sono i suoi testimoni e poi la fa divorziare subito.
Chi ti mette queste cose in testa, figlia mia? - domand. - Chi
 che ti ha fatto perdere la ragione?
Una volta divorziata, se c' qualcuno che mi pu far perdere
la ragione, certamente sarete voi a dirlo, e io non mi opporrei mai
a una vostra decisione su chi devo sposare.
Il mio astuto padre, vedendo che anche sua figlia era altrettanto
astuta, inizi a sbattere le palpebre. A dir la verit, mio padre
sbatte le palpebre cos velocemente in tre casi: 1. Quando  in
difficolt, mentre fa lavorare rapidamente il cervello per trovare
qualche stratagemma. 2. Nei momenti in cui  talmente triste e disperato
da mettersi a piangere. 3. Quando  in difficolt, per far
credere che da un momento all'altro potrebbe mettersi a piangere
dalla tristezza, unendo astutamente il primo e il secondo caso.
Prendi i bambini e te ne vai lasciando solo il tuo vecchio padre?
Sai che temo di essere ucciso a causa del nostro libro - s, disse
il nostro libro - ma gi adesso che te ne vuoi andare con i bambini
desidero la morte.
Caro padre, non eravate voi a sostenere che per liberarmi di
quel fannullone di mio cognato dovevo divorziare?
Non voglio che mi abbandoni. Tuo marito un giorno potrebbe
tornare. E se non tornasse, il problema non  essere sposata.
Basta che rimani in questa casa con tuo padre.
Non desidero altro che abitare con voi in questa casa.
Cara, poco fa non dicevi che volevi sposarti al pi presto?
Ecco, discutere con mio padre  cos, va a finire che mi convinco
di avere torto.
S,  vero, risposi guardando davanti a me. Poi, cercando di
trattenermi per non piangere, forte di quanto fosse giusto quello
che mi era venuto in mente, dissi: Allora, non mi sposer mai
pi?
Ben venga un genero che non ti porti lontano da me. Chi  il
tuo pretendente, verrebbe ad abitare in questa casa insieme a noi?
Rimasi in silenzio. Naturalmente sapevamo tutti e due che mio
padre non avrebbe avuto rispetto per un genero che avesse abitato
in questa casa insieme a noi, e pian piano l'avrebbe schiacciato.
Mio padre avrebbe disprezzato un genero che vivesse in casa della
moglie, e l'avrebbe fatto in maniera cos abile ed insidiosa che io
stessa non avrei pi voluto concedermi a quell'uomo.
Sai che nella tua situazione  praticamente impossibile che ti
sposi senza l'approvazione di tuo padre. Non voglio che ti sposi e
non ti dar il permesso.
Io non voglio sposarmi, voglio divorziare.
Perch un animale che ha a cuore solo i suoi interessi ti potrebbe
ferire. Sai quanto ti voglio bene, figlia mia. E poi dobbiamo
finire questo libro.
Rimasi in silenzio. Se avessi cominciato a parlare - e Satana si
era accorto della mia rabbia e mi stuzzicava - avrei detto in faccia
a mio padre che sapevo che di notte accoglieva Hayriye nel suo letto,
e non stava bene che una ragazza come me dicesse a suo padre
di saperlo a letto con la serva.
Chi  che ti vuole sposare?
Guardai davanti a me e rimasi zitta, non per vergogna ma per
rabbia. Il peggio era che, non riuscire a rispondere sapendo di essere
furiosa, mi faceva arrabbiare ancora di pi. Immaginavo mio
padre e Hayriye in quella situazione ridicola e schifosa, a letto.
Stavo per scoppiare a piangere, quando, sempre fissando davanti
a me, dissi: Ci sono le zucchine sul fuoco, vado a controllare che
non si brucino.
Passai nella stanza accanto alle scale, con la finestra che dava
sul pozzo che non aprivamo mai, al buio trovai velocemente il mio
materasso e lo misi per terra, mi ci buttai sopra. Quanto  bello,
da bambini, subire un torto per poi mettersi a letto e addormentarsi
piangendo! Solo io mi amo, e la mia solitudine  cos drammatica,
e mentre piango per la mia solitudine voi che sentite i miei
singhiozzi e le mie urla, potreste venire ad aiutarmi.
Dopo un po' vidi che Orhan si era sdraiato sul mio letto.
Infil la testa tra i miei seni, vidi che anche lui piangeva e sospirava,
lo tirai verso di me e lo abbracciai.
Non piangere, mamma, - disse dopo un po'. - Pap torner
dalla guerra.
Come fai a saperlo?
Rimase zitto. Lo coccolai e lo abbracciai cos tanto che dimenticai
tutte le mie angosce. Prima di addormentarmi, adesso,
abbracciando il corpo esile del mio gracile Orhan, ho un unico problema,
ve lo dico. Mi pento di avervi detto per rabbia, poco fa,
quella cosa su mio padre e Hayriye. No, quello che ho detto non
era una bugia, ma me ne vergogno lo stesso molto, dimenticatelo,
guardateci come se non ve l'avessi mai detto e come se mio padre
e Hayriye non facessero quelle cose, d'accordo?
...
Capitolo diciassettesimo. Io sono vostro zio.

 difficile avere figlie femmine, difficile. Era di l che piangeva,
la sentivo singhiozzare ma non riuscivo a far altro che guardare
le pagine del libro che avevo tra le mani. In una pagina del volume
che cercavo di leggere, il Libro del Giorno del Giudizio, era scritto che
tre giorni dopo la morte l'anima prende congedo da Allah e va a visitare
il corpo nel quale viveva una volta. L'anima, vedendo il drammatico
stato del suo corpo di un tempo nella tomba, in mezzo al sangue
ed all'acqua putrida, si rattrista e piange in maniera luttuosa:
Povero corpo, povero caro vecchio corpo mio. Cos, per un po', pensai
alla tragica fine di Raffinato Effendi, a quando era in fondo al pozzo,
che la sua anima forse gli aveva fatto visita nel pozzo ma non
nella tomba ed era certamente molto triste.
Quando i singhiozzi di Sekre si furono placati, lasciai quei libri
di morte. Indossai una camicia di lana in pi, strinsi la spessa
fascia di feltro che mi riscaldava lo stomaco e mi misi anche i pantaloni
di pelo di coniglio. Mentre stavo per uscire di casa vidi Sevket
sulla porta:
Dove vai, nonno?
Entra in casa. Io vado al funerale.
Per le strade coperte di neve, passai tra resti di incendi, tra povere
case in rovina, case sbilenche, che stavano a malapena in piedi.
Camminai a lungo, con passi accorti da vecchio, cercando di
non scivolare sul ghiaccio, andai nei quartieri di periferia, tra orti
e campi, davanti ai negozi che vendevano ruote e pezzi di ricambio
per carrozze, alle botteghe dei fabbri, davanti a sellai,
cuoiai, maniscalchi e ferramenta, e mi diressi verso le mura.
Non sapevo perch il funerale si tenesse alla moschea Mihrimah
presso la Porta di Edirne. Una volta in moschea abbracciai i
fratelli del morto, avevano un'aria arrabbiata e irremovibile. Noi
miniaturisti e calligrafi ci abbracciammo in lacrime. Mentre recitavo
la preghiera funebre, avvolto da una nebbia grigiastra calata
all'improvviso a coprire ogni cosa, abbassai lo sguardo sulla bara,
sopra la pietra rituale. Provai una rabbia talmente forte nei confronti
dell'assassino che, nella mia testa, le parole della preghiera
si confusero completamente.
Dopo la preghiera, quando la comunit prese la bara sulle spalle,
ero ancora tra i miniaturisti e i calligrafi. Con Cicogna, dimenticando
le notti in cui lavoravamo fino all'alba e lui cercava di convincermi
dello scarso valore delle dorature di Raffinato Effendi, di
quanto fosse grossolano nell'usare i colori - mette dappertutto il blu
per far sembrare pi ricco il disegno - e io gli davo ragione e dicevo:
Ma non c' comunque di meglio, ci abbracciammo di nuovo
singhiozzando. Mi piacque molto lo sguardo amichevole e rispettoso
di Oliva, il suo modo di abbracciarmi - chi sa abbracciare  una
brava persona - che per l'ennesima volta pensai che, tra i miniaturisti
e i calligrafi, era lui quello a credere di pi nel mio libro.
Sulle scale della porta del cortile mi trovai accanto a Maestro
Osman, il capo miniaturista, non sapevamo cosa dirci. Fu un momento
strano e carico di tensione. Uno dei fratelli del defunto prese
a singhiozzare, un altro a cui piaceva farsi notare disse Allah
 grande.
Poi Osman mi chiese In quale cimitero lo portano?, ma lo
fece tanto per dire qualcosa. Pensai che rispondere Non lo so
sarebbe stato un comportamento ostile, mi agitai e senza pensarci
feci la stessa domanda alla persona sulle scale accanto a me: In
quale cimitero? In quello della Porta di Edirne?
A Eyp, rispose un giovane barbuto stupido e arrabbiato.
Mi voltai verso il maestro e dissi: A Eyp, ma lui aveva gi
sentito la risposta del giovane barbuto stupido e arrabbiato. Cos
mi guard con occhi che dicevano ho capito e di colpo compresi
che non voleva prolungare il nostro incontro.
Naturalmente, Maestro Osman  risentito perch il Nostro Sultano
ha affidato a me il lavoro di scrittura, miniatura e illustrazione
del libro che chiamo segreto. E poi, il Nostro Sultano,
sotto la mia influenza, ha cominciato a interessarsi allo stile europeo.
Una volta, il sultano ha costretto il grande Maestro Osman a
imitare il ritratto di un pittore italiano. So che Maestro Osman mi
ritiene responsabile di quello strano disegno che, bench schifato,
aveva comunque eseguito - l'aveva definito una tortura. E aveva
ragione.
Mi fermai in mezzo alle scale a guardare il cielo per un po'. Quando
fui sicuro di essere rimasto indietro, cominciai a scendere per le
scale ghiacciate. Avevo appena fatto pian piano un paio di scalini
che qualcuno mi prese sottobraccio e mi abbracci: era Nero.
Fa molto freddo, - disse. - Avete freddo?
Sono sicuro che  stato lui a far perdere la testa a Sekre. Lo
dimostra anche la sua sicurezza nel prendermi sottobraccio. Nel
suo atteggiamento c' qualche cosa che dice: ho lavorato dodici
anni, sono diventato uomo. Arrivammo in fondo alle scale. Cosa
mi racconti oltre alle cose che hai saputo al laboratorio?
Vai avanti, figliolo, - gli dissi. - Vai e raggiungi gli altri.
Si meravigli, ma fece finta di niente. Anzi, mi piacque il modo
serio con cui sfil il braccio. Se gli concedessi Sekre, verrebbe
ad abitare con noi?
Uscimmo dalla citt dalla Porta di Edirne, laggi, lontano,
vedevo la bara svanire nella nebbia, e la folla di miniaturisti,
calligrafi, apprendisti che, con la bara sulle spalle, scendeva
velocemente per la discesa verso il Corno d'Oro. Erano andati talmente
veloci che avevano gi superato met della strada fangosa che
dalla valle coperta di neve scende a Eyp. Tra il silenzio e la nebbia,
alla mia sinistra il camino della fabbrica di candele della fondazione
Hanim Sultan fumava allegramente. Sotto le mura, nei
mattatoi che servivano i macellai e i conciatori greci di Eyp, l'attivit
ferveva. Il fetore delle carcasse arrivava fino alle cupole della
moschea e ai cipressi del cimitero. Dopo aver camminato un po',
sentii le urla dei bambini che giocavano l sotto, nel nuovo quartiere
ebreo di Balat.
Arrivato alla spianata di Eyp, mi si avvicin Farfalla. Disinvolto,
cominci a parlare con il suo solito atteggiamento concitato:
Sono stati Oliva e Cicogna, - disse. - Come tutti, anche loro
sapevano benissimo che io andavo d'accordo con la buonanima,
era risaputo. Tra di noi serpeggia l'invidia, ci si chiede chi sar il
prossimo capo miniaturista, chi succeder a Maestro Osman,
anzi ci sono ostilit e inimicizia. Adesso immagino che daranno la
colpa a me e, come minimo, il Tesoriere ed il Nostro Sultano, spinto
dal Tesoriere, si allontaner da me, no, da noi.
Quando dici noi, cosa intendi?
Noi vogliamo che nel laboratorio si segua l'antica morale, che
si segua la strada dei maestri persiani, che non si disegni per soldi.
Noi pensiamo che nei nostri libri, al posto di armi, eserciti,
schiavi e conquiste debbano esserci le antiche leggende, le antiche
storie, non dobbiamo abbandonare le antiche forme, i miniaturisti
del sultano non possono lavorare per due soldi nelle botteghe
del mercato e disegnare qualsiasi cosa per chiunque. Il Nostro Eccellente
Sultano ci darebbe ragione.
Calunni te stesso, e lo fai inutilmente, - dissi per tagliare corto. -
Sono sicuro che nel laboratorio non pu vivere una persona
che riuscirebbe a fare una cosa del genere. Siete tutti fratelli.
Disegnare due o tre cose mai disegnate in passato non costituisce un
danno tale da creare inimicizia.
In quel preciso momento, proprio come quando udii la notizia
per la prima volta, ebbi una certezza. L'assassino di Raffinato Effendi
era uno dei maestri che aveva fatto una rapida carriera nel
laboratorio del Palazzo ed era in mezzo alla folla che, davanti a
me, saliva verso il cimitero. In quel momento fui sicuro anche che
l'assassino avrebbe continuato con le sue diavolerie ed i suoi intrighi,
che era nemico del libro che stavo preparando e che, molto
probabilmente, era addirittura venuto a casa mia a prendere del
lavoro per il libro. Chiss se, come quasi tutti i miniaturisti e i pittori,
anche Farfalla era innamorato di mia figlia? Mentre parlava,
aveva dimenticato che, qualche volta, gli avevo chiesto disegni
completamente contrari ai suoi pensieri, o stava abilmente insinuando
qualcosa?
Dopo un po' pensai che non stesse insinuando un bel niente.
Anche Farfalla, come gli altri maestri, provava un evidente sentimento
di riconoscenza nei miei confronti. Quando, per le guerre
o per il disinteresse del sultano, venivano meno i compensi e le regalie
per i miniaturisti, a periodi, l'unico guadagno aggiuntivo per tutti
era stato il mio libro. Sapevo di scatenare delle gelosie e, per questo
motivo - ma non solo per questo - li ricevevo da soli a casa
mia, ma questo non significava assolutamente che avrebbero provato
ostilit nei miei confronti. Tutti i miei miniaturisti erano persone
abbastanza mature da riuscire ad amare sinceramente una
persona usando il cervello e da trovare un motivo pi umano,
anche se costretti per interesse.
Perch il silenzio non durasse oltre e non si tornasse sullo stesso
discorso, dissi: Per amor di Dio, riescono a portare la bara in
salita alla stessa velocit con cui lo facevano in discesa.
Farfalla sorrise mostrando tutti i denti: Perch fa freddo.
Pensai, ma potrebbe uccidere un uomo? Per gelosia, ad esempio?
E potrebbe uccidere anche me? Pu inventare una scusa.
Quest'uomo bestemmiava contro la mia religione. Ma  un grande
maestro, un vero talento, perch dovrebbe uccidere? La vecchiaia
non  solo affaticarsi in salita, dovrebbe essere anche non
aver cos tanta paura della morte, svogliatezza, non entrare nel letto
di una serva con entusiasmo ma con svogliatezza. Ebbi un'intuizione
improvvisa, e gli comunicai la decisione che avevo preso
in quel momento: Non continuer pi il mio libro.
Come?, disse Farfalla cambiando espressione.
Porta sfortuna. E poi il Nostro Sultano mi ha tagliato i fondi.
Dillo anche a Oliva e a Cicogna.
Forse mi avrebbe fatto altre domande, ma improvvisamente ci
trovammo nel cimitero, in mezzo a cipressi fitti, felci e lapidi. La
sua tomba era circondata da file e file di persone, e capii che il cadavere
veniva deposto nella tomba in quel momento dalle voci che
ripetevano bismillahi la milleti Resullah e dai pianti che aumentarono
in maniera evidente.
Scopritegli il viso, scopriteglielo per bene, disse qualcuno.
Probabilmente spostavano il sudario e, se la sua testa fracassata
aveva ancora gli occhi, si stavano guardando negli occhi con il
morto; ma io ero dietro e non riuscivo a vedere. Io non avevo guardato
la morte negli occhi davanti a una tomba, ma in un luogo completamente
diverso.
Un ricordo. Trent'anni fa il nonno del Nostro Sultano, ora 
in Paradiso, si era messo in testa di prendere ai veneziani l'isola
di Cipro, perch lo Seyhlislam Ebussuut Effendi gli aveva ricordato
che quest'isola era stata un tempo destinata dai sultani egiziani
all'approvvigionamento di Mecca e Medina, e aveva emesso
una fatwa secondo la quale non era giusto lasciare nelle mani degli
infedeli cristiani un'isola che aveva alimentato i luoghi sacri.
Cos, come primo incarico in veste da ambasciatore, mi era toccato
un lavoro difficile come quello di comunicare ai veneziani questa
inaudita decisione, che dovevano darci l'isola. A Venezia avevo
visitato le chiese, mi ero meravigliato dei ponti e dei palazzi,
ero rimasto affascinato dai disegni nelle case dei ricchi e, pieno di
stupore, fidandomi della loro ospitalit, avevo consegnato loro
quella lettera piena di minacce comunicando che il mio arrogante
sultano voleva l'isola. I veneziani si erano cos arrabbiati che nel
Consiglio immediatamente convocato avevano deciso che una lettera
del genere non era neanche da prendere in considerazione.
Inoltre, folle infuriate mi avevano costretto a barricarmi nel palazzo
del Doge ed alcuni che erano riusciti a superare guardiani e
portieri stavano per strozzarmi, quando due cavalieri vicini al Doge
mi avevano portato, attraverso i corridoi del palazzo, alla porta
posteriore che dava sul canale. L, in una nebbia come questa,
mi aveva accolto un gondoliere molto alto, era vestito di bianco e
mi aveva preso sottobraccio, per un attimo mi era sembrato la morte
e, guardandolo negli occhi, avevo visto me stesso.
Una cornacchia mi si pos accanto. Guardai dolcemente Nero
negli occhi e gli chiesi di prendermi sottobraccio e di farmi compagnia
sulla via del ritorno. Gli dissi di venire a casa il giorno dopo,
la mattina presto, per lavorare al mio libro. Perch appena avevo
pensato alla mia morte, avevo capito che avrei dovuto finire il
libro a tutti i costi.
...
.
...
FINE Parte 1.